La scomparsa di Agnelli, Del Vecchio, Berlusconi e altri miliardari in Italia – con i propri beni divisi fra gli eredi – ha contribuito a far aumentare il numero dei Paperoni, benché un po’ meno ricchi
Venticinque anni addietro c’erano Gianni Agnelli (Fiat), Leonardo Del Vecchio (Luxottica), Bernardo Caprotti (Esselunga Supermercati), Silvio Berlusconi (Fininvest, assicurazioni e banche), Ennio Doris (Mediolanum Banca), Michele Ferrero (Nutella), Alberto Aleotti (Menarini gruppo farmaceutico), Carlo De Benedetti (CIR holding fra stampa, energia, componentistica), Giorgio Armani (moda), Gianmarco Moratti (Saras, petrolio), Luciano Benetton (Edizione holding con 6 mila punti vendita nel mondo). Ognuno di essi aveva creato un impero. Le eccezioni erano Gianni Agnelli, che l’azienda di automobili l’aveva ereditata contribuendo a solidificarla, e Gianmarco Moratti, il quale gestiva le considerevoli fortune create dal padre Angelo, leggendario presidente dell’Inter, la società di calcio, che proprio in quel periodo era tornata nell’ambito familiare con il fratello Massimo. Erano i re di denari di un Paese dal considerevole debito pubblico, ma dall’enorme ricchezza privata. Per ciascuno di essi la regola era di tenersi ben lontani dal potere, al massimo d’ingraziarselo. Anche in questo caso con un’eccezione, Berlusconi, che nel 1994 l’aveva buttata in politica. In parte, secondo molti osservatori, anche per risolvere la propria intricata situazione finanziaria. Il banchiere Enrico Cuccia, dominus di Mediobanca considerata l’architrave del capitalismo italiano, gli aveva consigliato di portare i libri in tribunale, quando era stato richiesto di un parere.
La scomparsa di Agnelli, di Del Vecchio, di Aleotti, di Berlusconi, di Doris, di Caprotti, di Moratti, di un paio di fratelli Benetton, con i propri beni divisi fra gli eredi, ha contribuito a far aumentare il numero dei Paperoni, benché un po’ meno ricchi. Sono 69 le persone con un patrimonio oltre il miliardo di dollari (circa 900 milioni di franchi), 5 in più rispetto alla scorsa primavera e 20 nuovi dai 49 in lista nel 2021. Sono spariti i De Benedetti, vi figurano i cinque figli di Berlusconi, con patrimonio valutato fra il miliardo e il miliardo 900mila; e vi figurano soprattutto gli otto eredi di Del Vecchio: i sei figli, l’ultima moglie e il figliolo avuto in un precedente matrimonio. Ciascuno di essi vanta una fortuna di 4,2 miliardi. E questa ha fruttato al diciannovenne Clemente il titolo di junior più ricco del pianeta. Ma lui è in affari da quando aveva 16 anni: con un gruppo di amici rilevò la catena di negozi Sears negli Stati Uniti. In seguito ha investito in alcune attività innovative, tra cui la società tedesca FlixBus, la piattaforma per le videoconferenze Zoom e quella per l’apprendimento online Udacity. Infine ha fondato una società di venture capital (ovvero specializzata nella concessione di capitale di rischio) focalizzata su startup di impatto positivo sociale e ambientale.
Stando alla classifica, il giovanissimo Clemente è ricco il doppio di John Elkann l’erede della Fiat ormai sparita e a capo della Exor, l’antica società d’investimenti della famiglia Agnelli. Il giro d’interessi finanziari è di poco inferiore ai 40 miliardi di dollari e forse l’unica nota dolente sono le sconfitte e i bilanci in rosso della Juve, che il bisnonno Edoardo acquistò nel 1923. Il quarantasettenne John regna con un pacchetto azionario di circa 31 milioni. Sul suo trono incombe però la madre Margherita Agnelli, l’unica figlia in vita di Gianni. Da parecchi anni è in lite giudiziaria con John: lo accusa di averla estromessa da gran parte del capitale paterno con la complicità della defunta nonna Marella. Per avere giustizia, e soprattutto una parte rilevante di Exor, si è rivolta ai tribunali italiani e svizzeri, che ancora non si sono espressi in maniera definitiva, ma le cui decisioni interlocutorie sono state fin qui favorevoli a Elkann.
Rendono bene la moda e il lusso. Giorgio Armani con un patrimonio di 12,7 miliardi è il secondo italiano più ricco. Fra gli stilisti lo seguono Miuccia Prada e il marito Patrizio Bertelli (entrambi accreditati di 5,8 miliardi); se la cavano anche i due fratelli di Miuccia, Marina e Alberto (2,5) gestori dell’impresa di famiglia creata nel 1913. Giubbotti, cachemire, maglioni colorati, jeans hanno fruttato 3,4 miliardi alla famiglia di Remo Ruffini (Moncler), a quella di Brunello Cucinelli, a quello di Renzo Rosso e a quelle di Luciano e Giuliana Benetton (a parte c’è Sabina Benetton, 1,8). A 2,3 miliardi si fermano Domenico Dolce e Stefano Gabbana. I discendenti dell’argentiere greco Sotirio Bulgari (primo negozio aperto a Roma nel 1884) sono rappresentati da Nicola (2,1) e da Paolo (1,7). Le scarpe Tod’s di Diego Della Valle si attestano a 1,4.
Il primo posto in classifica continua a essere occupato da un Ferrero. Al padre Michele, inventore, della famosissima Nutella, è subentrato il figlio Giovanni, che magari avrebbe preferito coltivare a tempo pieno la sua vena di scrittore. Invece si è dedicato ad allargare i confini dolciari con ottimi esiti: patrimonio superiore ai 40 miliardi di dollari. Detto di Armani, al terzo posto – occupato fino allo scorso aprile da Berlusconi con circa 7 miliardi – è avanzato Sergio Stevanato, presidente dell’omonimo gruppo, quotato a Wall Street (7,6 miliardi). È uno dei principali produttori mondiali di fiale di vetro per medicinali, soprattutto quelle utilizzate per i vaccini, che durante l’emergenza Covid hanno avuto un boom di richieste. Quarto posto per la prima donna della classifica, Massimiliana Landini Aleotti, la figlia di Alberto, proprietaria dell’azienda farmaceutica Menarini, 6,9 miliardi. Quinta posizione per Piero Ferrari (6,7 miliardi), figlio di Enzo, che va molto meglio delle leggendarie auto da corsa progettate dal padre. È proprietario del 10,2% della scuderia e guadagna un botto con le straordinarie vendite annuali delle rosse, richiestissime malgrado i pessimi risultati in F1. Piero è anche presidente della Ferretti, colosso degli yacht di super lusso.
Gli otto eredi Del Vecchio, uniti nella Delfin, la finanziaria di Leonardo, sono al centro di un’operazione che potrebbe cambiare la geografia del potere nella vicina Penisola, se smetteranno di battibeccare al loro interno. Con l’antico alleato paterno, l’editore e finanziere Francesco Gaetano Caltagirone (beni per 4 miliardi), hanno acquisito una fetta azionaria di Mediobanca superiore al 20 per cento. Gli attuali amministratori, espressione di un patto di sindacato assai indebolito da numerose uscite, hanno invano cercato di trovare un’intesa. È ormai chiaro che Delfin punta al controllo dello strategico istituto di credito. Significherebbe mettere le mani anche sulle Assicurazioni Generali, con attività per 775 miliardi di euro, motore delle principali intraprese nazionali.
