L’onda geopolitica anomala alzata dalla crisi americana e dall’ascesa cinese sta riscrivendo le gerarchie delle potenze
Il mondo di oggi, ma soprattutto di domani, riscopre un antico protagonista: il Giappone. L’onda geopolitica anomala alzata dalla crisi americana e rivelata dall’aggressione russa all’Ucraina sta infatti riscrivendo le gerarchie delle potenze. Alcune finiscono o finiranno sommerse perché incapaci di adattarsi al trauma della sfida Stati Uniti-Cina-Russia e alle sue ripercussioni mondiali. Altre ne profitteranno o contano di profittarne. Sapendo di giocarsi l’osso del collo. Fra queste la più importante è il Giappone. L’impero nipponico è entrato nella storia universale nel 1868 – durante la cosiddetta restaurazione Meiji – vi si è affermato decisivo negli anni Trenta e primi Quaranta del Novecento, grande guerra d’Asia prima contro la Cina poi contro gli Stati Uniti e alleati – ne è stato espulso via doppio olocausto nucleare (Hiroshima e Nagasaki) nel 1945. Negli ultimi anni ha accelerato il passo del rientro nel grande gioco delle potenze. Proprio in concomitanza con la crisi americana e con l’ascesa cinese, oggi peraltro in arenamento.
Dopo oltre mezzo secolo di formidabile crescita economica e tecnologica all’ombra della protezione strategica americana, il semiprotettorato giapponese si è gradualmente evoluto verso il ritorno a un notevole grado di sovranità. E al conseguente riarmo non solo materiale, anche se la mentalità pacifista resta prevalente fra i cittadini. L’idea è che l’ombrello a stelle e strisce non sia così assoluto e perfetto come poteva sembrare e che gli interessi nipponici non siano sempre e necessariamente quelli americani. Il timore insomma era ed è di finire stritolati nella sfida sino-americani. Per il Giappone la Cina resta un rivale strategico ma anche un vitale partner economico e commerciale. Tokyo non ha alcun interesse a uno scontro armato fra Stati Uniti e Cina, nel quale sarebbe subito coinvolto. Infatti il grosso delle truppe e dei mezzi militari americani in Asia è stanziato nell’arcipelago nipponico, inquadrato nel Comando Usa per l’Indo-Pacifico con sede alle Hawaii. Un attacco americano alla Cina o cinese all’America implicherebbe immediatamente il Giappone in una guerra per la propria sopravvivenza, che avrebbe in potenza anche una dimensione atomica. Incubo.
La parte più disinibita e nazionalistica delle élite giapponesi prepara da tempo questo scenario, che verte sul concetto stesso di Indo-Pacifico. L’idea della «convergenza dei due mari» non è infatti americana ma giapponese. Esposta per la prima volta da Abe Shinzo in un discorso del 2007 a Delhi, essa postula la necessità di considerare i due oceani come unico teatro strategico, in funzione anticinese. Associando sotto la guida americana anzitutto India e Giappone, più Filippine, Vietnam e quanti altri Paesi dell’area indocinese e indonesiana, oltre all’Australia, la strategia dei due mari delinea un’alleanza larga deputata a contenere le ambizioni oceaniche di Pechino, premessa della sua espansione su scala mondiale. Decisiva in questa visione è Taiwan. Collocata allo snodo fra Mar Cinese Orientale e Meridionale, più vicina alle isole meridionali del Giappone e a quelle settentrionali delle Filippine di quanto lo sia alla costa della Cina, Taiwan è la massima posta in gioco nella sfida Pechino-Washington. Intorno all’isola e ai suoi arcipelaghi incrociano i mezzi aerei e navali cinesi e quelli americani, giapponesi e di altre potenze non solo regionali. Di più: per Tokyo, Formosa (antico nome di Taiwan) profuma di casa. Per mezzo secolo, tra 1895 e 1945, è stata la sua prima colonia, strappata alla Cina. Qui ha sviluppato un suo esperimento di peculiare assimilazione in chiave imperiale, che ha avuto un certo successo. Soprattutto questo processo ha coinciso con l’apertura del Giappone alla scienza, alla tecnologia e (meno) alla cultura occidentale.
L’attuale apertura dei taiwanesi all’Occidente è stata frutto anche di questo mezzo secolo di colonizzazione giapponese. Risultato: oggi il 60% dei taiwanesi considera il Giappone come migliore amico. L’influenza cinese tende invece a restringersi. Oggi Taiwan è di fatto Nazione a sé, in attesa di stabilire se questa realtà sarà sanzionata dall’evoluzione dell’attuale indipendenza di fatto in status di diritto, possibile solo in caso di sconfitta della Cina o almeno del suo attuale regime nella competizione con gli Usa. Improbabile ma non impossibile. In prospettiva di medio-lungo periodo, il Giappone potrebbe assumere il rango di competitore della Cina per il primato regionale, assumendo che gli Stati Uniti siano sconfitti o si ritraggano sempre più nella loro fortezza nordamericana. Altrettanto improbabile ma non impossibile. Di sicuro Tokyo tende a riprendere il proprio destino fra le sue mani. Come tutti gli attori, non solo nella regione. Riflesso della transizione egemonica avviata dal declino americano. Purché questa crisi non trascenda in conflitto fuori tutto, perciò mondiale. Restare in equilibrio fra le onde dello tsunami indopacifico sarà esercizio di altissima acrobazia.
