Visioni inconciliabili

by Claudia
2 Ottobre 2023

Nagorno Karabakh, dentro il conflitto tra azerie armeni con lo storico Francesco Mazzucotelli

Settimana scorsa l’autoproclamata Repubblica separatista del Nagorno Karabakh ha annunciato la sua dissoluzione, mentre la sua gente si riversava in massa in Armenia. Giovedì, quando il giornale è andato in stampa, si parlava di oltre 65mila rifugiati, oltre la metà della popolazione della regione situata nel territorio dell’Azerbaigian, ma abitata in maggioranza da persone di etnia armena. L’esodo, lo ricordiamo, è scaturito dall’offensiva lampo con cui l’esercito azero ha preso il controllo dell’area e costretto le autorità locali alla resa. Ma quali sono le radici storiche del conflitto? «Il Nagorno Karabakh – spiega Francesco Mazzucotelli che insegna Storia del Vicino Oriente all’Università di Pavia – è una regione storicamente abitata sia da armeni sia da azeri. Quando negli anni Venti del Novecento furono tracciate le frontiere interne all’Urss, la zona fu assegnata alla Repubblica sovietica dell’Azerbaigian. Come è noto, l’Unione sovietica fu un sistema centralizzato che contenne anche le aspirazioni delle due fazioni. Ma già nel 1988 gli armeni chiesero di essere divisi dall’Azerbaigian per ricongiungersi con l’Armenia. Questo innescò scontri e violenze che sfociarono in ostilità aperte dopo il crollo dell’Urss (1991). Gli armeni del Nagorno Karabakh organizzarono un referendum per l’indipendenza: scoppiò una guerra che si protrasse fino al 1994». In un primo tempo sembrava avesse la meglio l’Azerbaigian ma nel 1994 prevalsero le milizie armene che realizzarono una sorta di indipendenza di fatto (Repubblica dell’Artsakh). Indipendenza mai riconosciuta da alcun Paese.

Il conflitto – continua l’esperto – rimase «congelato» fino al 2020, quando l’Azerbaigian lanciò una grossa offensiva militare che portò – almeno secondo il punto di vista azero – alla riconquista di una parte dei «territori occupati». Ma facciamo un passo indietro. Negli ultimi anni l’Azerbaigian ha investito molto sia per riammodernare le sue forze armate, sia per allacciare legami più stretti con l’Occidente. Rivelandosi prezioso nel campo della fornitura di gas naturale (pensiamo a quando l’Europa ha dovuto diversificare le fonti di energia per diminuire la sua dipendenza da Mosca). Baku inoltre coltiva legami storici sia con la Turchia sia con Israele; dispone insomma di un quadro di alleanze con dei Paesi occidentali legati agli Usa. «Per contro l’Armenia si è ritrovata in una situazione di grande isolamento. Si è come detto rivolta prima alla Russia. In seguito, dal 2018, ha tentato di riavvicinarsi al campo atlantico ma con grandi difficoltà: molti Paesi occidentali non sono disposti a sacrificare i legami con l’Azerbaigian». Tornando all’offensiva: è scattata nell’autunno del 2020, sfruttando anche la situazione internazionale, concentrata sul Covid e altre sfide impellenti. Si è arrivati a una sorta di cessate-il-fuoco con le forze russe schierate in un’operazione di peacekeeping. Ancora una volta i colloqui tra le parti in conflitto, i Paesi Ue, la Russia e gli Usa sono stati inconcludenti. «L’Azerbaigian – afferma il nostro interlocutore – insisteva sul porre fine alla secessione illegale, ristabilendo la sua integrità territoriale. La Repubblica autoproclamata non voleva essere reintegrata. I tentativi di compromesso, che vertevano sulla creazione di una sorta di autonomia regionale (Nagorno Karabakh dentro l’Azerbaigian ma conservando un’ampia autonomia interna) non sono andati a buon fine». La tregua era basata su un compromesso tra la Russia (che parteggiava per gli armeni) e Turchia (con gli azeri).

Si arriva così alla stretta attualità. Nel corso degli ultimi mesi la pressione da parte dell’Azerbaigian è aumentata, evidenzia Mazzucotelli. Da un lato perché la Russia, indebolita e impelagata in Ucraina, non può svolgere la funzione di garante della pace nella regione. Così Baku ha posto una sorta di embargo nei confronti del Nagorno Karabakh: ha chiuso vie di accesso e di transito, quasi un assedio non dichiarato. La situazione andava peggiorando e la tensione aumentava. Fino all’attacco che ha portato alla totale débâcle della parte armena. Quali sono adesso le ambizioni del Governo azero? «Dopo la fine della Repubblica autoproclamata – afferma l’intervistato – una delle ulteriori richieste da parte di Baku è quella di disporre di un corridoio di transito verso la regione del Nakhchivan che confina con la Turchia e l’Iran (territorio azero staccato dal resto del Paese da una striscia di Armenia). Una richiesta problematica da tutti i punti di vista. Né l’Armenia né l’Iran sono, a questo punto, disposti a cedere».

Le prospettive non sono rosee. L’incertezza regna sovrana, sottolinea l’esperto. «Quale il destino dei molti sfollati? L’Armenia è un Paese dall’economia fragile. L’arrivo in massa di rifugiati non fa altro che aumentare la rabbia della popolazione nei confronti del Governo. La capitale Yerevan è già stata scossa da una serie di manifestazioni contro le autorità, accusate di passività nei confronti dell’Azerbaigian». Altro punto interrogativo: che tipo di regime verrà instaurato nella regione dell’ex Nagorno Karabakh? Sarà concessa una sorta di autonomia regionale o il territorio verrà assimilato? Come verranno trattati i cittadini armeni? «I primi segnali non sono buoni», osserva l’esperto. «Uno dei primi gesti simbolici è stato quello di cancellare i nomi armeni delle località e ristabilire quelli azeri. La classe politica del Nagorno Karabakh ha dal canto suo invitato la popolazione a fuggire». Il primo ministro armeno Nikol Pashinyan ha accusato l’Azerbaigian di portare avanti una «pulizia etnica» nel territorio. Mentre quello azero rimane un sistema politico autoritario, che non favorisce di sicuro le autonomie e il pluralismo.