Il ritorno della Guerra fredda

by Claudia
2 Ottobre 2023

Russia e Cina tolgono la maschera, riverendo e omaggiando di nuovo la Corea del Nord. Mentre in America viene discussa un’ipotesi di «congelamento» del conflitto in Ucraina all’insegna del «meno peggio»

La «riabilitazione totale» della Corea del Nord da parte di Xi Jinping e Vladimir Putin. Il suo ruolo come fornitore di armi indispensabili alla Russia per rimpolpare i suoi arsenali. Lo «scenario coreano» come ipotesi per raggiungere una tregua in Ucraina. Sono tre buone ragioni per dedicare attenzione alla dittatura rossa di Pyongyang. Ancora fino alla presidenza di Barack Obama, l’America si era illusa di poter contare sui buoni uffici di Pechino e Mosca per disinnescare la pericolosità del regime comunista di Kim Jong-un. Poi Donald Trump s’illuse a sua volta di addomesticare il despota nordcoreano lusingandolo con l’onore di un vertice bilaterale (Singapore, giugno 2018). Ora la Corea del Nord è tornata ad essere riverita e omaggiata dai suoi amici e protettori di sempre. È un altro segnale che viviamo un remake della prima Guerra fredda.

In America viene discussa un’ipotesi di «congelamento» della guerra in Ucraina, all’insegna del «meno peggio» (se l’alternativa è continuare i combattimenti a tempo indefinito). Il precedente più citato è quello della guerra di Corea 1950-53, tuttora irrisolta visto che non esiste un trattato di pace tra i belligeranti. Il «modello coreano» per porre fine a un conflitto non è certo esemplare: la Corea del Nord rimane una dittatura feroce, sottopone il suo popolo ad abusi, privazioni e sofferenze enormi. Inoltre Pyongyang è una minaccia per il mondo, a cominciare dai suoi vicini (Corea del Sud e Giappone) che sottopone a lanci missilistici, mentre persegue il suo programma di armamento nucleare. Però è un modello del «meno peggio», visto che in 70 anni una nuova guerra lì non c’è stata, e a Seul è fiorita una delle economie più avanzate del pianeta nonché una democrazia rispettosa dei diritti umani.

Anche nel 1950-53 tutto ebbe inizio con una brutale aggressione, l’invasione della Corea del Sud voluta dal dittatore nordcoreano Kim Il-Song (il nonno dell’attuale despota). Fu decisivo il via libera dato dal leader sovietico Iosif Stalin, che a sua volta si garantì l’appoggio del fondatore della Repubblica popolare cinese, Mao Zedong. L’Unione Sovietica forniva il grosso degli armamenti, la Cina fece molto di più, mobilitando in appoggio ai nordcoreani fino a un milione di «volontari», in realtà soldati del suo Esercito popolare di liberazione. In quel caso non ci fu una guerra per procura ma un conflitto diretto, l’unico (finora) nella storia ad aver opposto cinesi e americani. Anche in Corea vi erano un aggressore e un aggredito. L’Onu condannò l’invasione del sud. Gli americani vennero chiamati in soccorso da Seul ma non da soli, accanto alle loro truppe intervenne un corpo multinazionale sotto l’egida delle Nazioni Unite. Una fine giusta di quel conflitto avrebbe dovuto infliggere sanzioni ai colpevoli. Ma prevalse in Occidente la stanchezza, gli americani erano freschi reduci della Seconda guerra mondiale. Le forze del blocco comunista sembravano disposte a combattere a oltranza, fino a che morì Stalin e la nuova leadership sovietica nel 1953 cambiò atteggiamento. La frontiera tra le due Coree fu ristabilita dov’era stata fissata dopo la Seconda guerra mondiale, lungo il 38esimo parallelo. Né la Corea del Nord, né la Cina né l’Urss pagarono per l’aggressione. Non ci fu alcun trattato di pace e il confine coreano rimane una zona ad altissima tensione, dove un conflitto potrebbe riesplodere in qualsiasi momento.

Però in questi settant’anni la Corea del Sud ha operato due transizioni che hanno del miracoloso (se viste alla luce della situazione nel 1953). Seul è passata da una dittatura di destra a una liberaldemocrazia. Al tempo stesso è passata dall’essere un Paese poverissimo – negli anni Cinquanta era meno sviluppata di molte Nazioni del Nordafrica o del Medio Oriente – al rango di superpotenza tecnologica. Ha superato il Pil dell’Italia pur avendo una popolazione più piccola (51 milioni). È un laboratorio di modernità per tanti aspetti fra cui la qualità dell’istruzione, è diventata un’esportatrice di soft power, dal cinema alla musica K-Pop alla letteratura. Il precedente coreano ricorda che a volte la storia costringe ad accontentarsi del «meno peggio».

Al tempo stesso la riabilitazione della Corea del Nord lungo l’asse Mosca-Pechino è spettacolare. L’incontro Putin-Kim di metà settembre è denso di insegnamenti. L’aspetto più immediato riguarda le forniture militari. La Corea del Nord, per il regime di sanzioni a cui è sottoposta e la miseria estrema della sua economia, non si può considerare una potenza tecnologica. Riesce a fare miracoli, pur nelle ristrettezze di cui soffre, per poter minacciare la Corea del Sud, il Giappone e perfino gli Stati Uniti con i suoi missili e la costruzione di un arsenale nucleare. Ma deve concentrare su quei programmi le poche risorse di cui dispone. Per il resto ha un’industria militare primitiva. Nel campo delle munizioni gli esperti considerano che la Corea del Nord sia rimasta ferma allo stadio tecnologico degli anni Sessanta e Settanta, quando i suoi arsenali venivano dall’Unione Sovietica. Che la Russia del 2023 possa aver bisogno di attingere a questo tipo di forniture conferma che Putin è arrivato impreparato a questa guerra di lunga durata, non aveva predisposto piani di produzione industriale per reggere un conflitto che compie 19 mesi e chissà quanto durerà ancora. Poiché non sono molti i Paesi disposti ad aggirare le sanzioni addirittura sul terreno delle armi (l’Iran è fra questi, la Cina lo fa di nascosto e con molte cautele), Putin non può fare lo schizzinoso sulla qualità di queste armi. Inoltre è la conferma che questa guerra è in buona parte combattuta in modo arcaico: si ha un bel parlare del ruolo dei droni, molto di questo conflitto si continua a combattere come la Prima o la Seconda guerra mondiale, con scambi di artiglieria pesante, pioggia di proiettili, mine antiuomo.

Un’altra rivelazione dall’incontro Putin-Kim si potrebbe riassumere così: l’isolamento della Corea del Nord era una finta. Negli anni in cui l’America e l’Occidente volevano illudersi di vivere in un mondo pacificato, presero per buone le rassicurazioni di Mosca e Pechino sull’adesione russa e cinese alle sanzioni contro la «monarchia rossa» di Pyongyang. Ora hanno gettato la maschera. Di recente le delegazioni ufficiali dei Governi di Mosca e Pechino hanno celebrato insieme con Kim l’anniversario della loro comune «vittoria contro l’America» nella guerra di Corea del 1950-53.

L’ultima rivelazione dall’incontro Putin-Kim riguarda la possibilità che la guerra in Ucraina «tracimi» in qualche conflitto all’altra estremità della massa continentale eurasiatica. Si è spesso discusso su quanto Xi Jinping stia osservando il conflitto ucraino per estrarne degli insegnamenti sull’eventuale invasione cinese di Taiwan. Meno visibile in Occidente, ma assai presente nei pensieri di Tokyo e Seul, c’è la possibilità che Kim Jong-un voglia portare il suo contributo allo scontro fra Oriente e Occidente, infilandosi in una «finestra di opportunità» con una sua aggressione contro la Corea del Sud, o perfino allargandola contro il Giappone, Paesi che ospitano anche basi militari americane. Il recente avvicinamento fra Giappone e Corea del Sud sancito nel summit di Camp David con Joe Biden, è figlio anche di questo allarme.