Adrenalina - La competizione di sci alpinismo forse più sfiancante in assoluto, e pure la più spettacolare
Settimana più, settimana meno, manca un anno al grande giorno. Ma il conto alla rovescia per la ventiquattresima edizione della Patrouille des Glaciers è già lanciato. E per non farsi trovare impreparati al prossimo appuntamento, questo conto alla rovescia è pure scandito sulla home page della competizione.
C’è anche un pizzico (anzi, una buona manciata) di storia nelle radici di questa competizione di sci alpinismo. Non una gara qualsiasi, ma «la gara». Perché la Patrouille des Glaciers è forse la più sfiancante in assoluto, e pure la più spettacolare.
Una prova per molti, ma non per tutti. A condizione però che questi «molti» siano fisicamente ben messi, perché altrimenti è meglio cambiare aria: troppo impegnativo e rischioso sarebbe tentare la scalata delle montagne vallesane per poi ridiscenderle dall’altro versante con gli sci ai piedi. Sì, perché, essenzialmente, la Patrouille des Glaciers è questo: un’attraversata fatta a forza di gambe, braccia e sci da Zermatt a Verbier (o fino ad Arolla, per chi opta per il percorso «corto»). In mezzo a tutto questo però ci stanno una marea (o, per restare in tema, una montagna) di incognite e insidie.
Gli imprevisti sono sempre dietro l’angolo, in agguato, pronti a giocare qualche brutto scherzo a una delle pattuglie impegnate nella competizione. Come quel crepaccio che nel 1949 inghiottì un’intera pattuglia, provocando la morte di tutti e tre i suoi membri, ritrovati otto giorni più tardi. E proprio quell’episodio segnò la storia della corsa, provocandone un lungo stop. Giunta appena alla sua terza edizione, la Patruille des Glaciers fu infatti costretta a… ibernarsi per quasi quarant’anni.
Facciamo però qualche passo a ritroso, e torniamo agli albori della gara. Anzi, agli antefatti che hanno portato alla sua nascita. L’ambiziosa idea di mettere in piedi la Patrouille del Glaciers risale al periodo immediatamente precedente lo scoppio della Seconda guerra mondiale (1939-1945). Promotori di questa iniziativa furono due capitani della brigata: Roger Bonvin (in seguito divenuto pure Consigliere federale, carica che ricoprì tra il 1962 e il 1973) e Rodolphe Tissières (pure lui poi approdato al parlamento, come Consigliere nazionale, dal 1967 al 1975).
Lo scopo della prova allora era antizutto quello di testare il grado di prontezza della truppa, e segnatamente la Brigata 10, che nelle sue mansioni aveva il compito di difendere la Patria sul fronte sud-occidentale delle Alpi svizzere. Proprio per questo la truppa, secondo gli ideatori della prova di resistenza, avrebbe dovuto dimostrare di essere in grado di coprire una marcia di resistenza tra Zermatt e Verbier (percorso già noto a quei tempi con il nome di «Haute Route», per il quale venivano calcolati quattro giorni di marcia), e di riuscirci in un’unica tappa. Lo scoppio della Seconda guerra mondiale, però, congelò il progetto per qualche anno: era infatti il 1943 quando finalmente andò in scena la prima edizione della corsa, ancora oggi organizzata con la regia dell’esercito ma aperta anche ai civili.
Per completezza di cronaca, a quell’edizione – disputata a cavallo tra il 23 e il 24 aprile 1943 – vi presero parte 18 pattuglie, che si sfidarono sul tracciato completo di 63 km per un dislivello complessivo di 7600 m, con partenza dalla capanna Schönibel, poco sotto Zermatt, per raggiungere Verbier. Il primo a tagliare il traguardo fu il terzetto composto dagli appuntati Ernest Stettler, René Fellay e Adrien Morend. Ci riuscì nel tempo di 12 ore e 7 minuti, precedendo di 12 minuti il trio (l’unico equipaggiato con una bussola) formato dal sergente Basile Bournissen e dagli appuntati Julien e Victor Mayoraz.
L’entusiasmo e il clamore suscitato da quella «prima» fecero subito scuola, al punto che l’anno successivo, ai nastri di partenza della gara, riproposta su un percorso ulteriormente allungato, le formazioni che si presentarono furono più del doppio: 44.
Gli sforzi e soprattutto gli stenti con cui la popolazione fu confrontata durante il periodo bellico imposero alla Patrouille des Glaciers il primo stop. Di cinque anni: il rischio di andare incontro a malumori popolari era infatti troppo elevato. Tornò nel 1949, il 10 aprile per la precisione, ma quello, come detto, fu solo un breve ritorno, oltre che tragico, con la pattuglia des Dranses, composta da Maurice Crettex, Robert Droz e Louis Thétaz a trovare la morte in un crepaccio del ghiacciaio del Mont Miné. Lo strascico polemico che innescò quella funesta edizione impose al Dipartimento federale di revocare l’autorizzazione a disputare la competizione.
Restò tutto fermo fino al 1986, anno in cui la Patrouille des Glaciers fece il suo grande ritorno: sotto l’insistente pressione, iniziata già sette anni prima, del tenente-colonnello René Martin e del capitano Camille Bournissen (figlio di quel Basile che aveva preso parte alla prima edizione della gara, chiudendola al secondo posto), l’allora comandante di corpo e responsabile dell’istruzione dell’armata Roger Mabillard decise di togliere il veto alla gara.
Fu un ritorno col botto, visto che per l’occasione al via si presentano ben 190 pattuglie. Da quell’anno in poi, fu anche deciso di proporre l’appuntamento con cadenza biennale.
Tra le altre tappe importanti nella storia di questa competizione, va di certo segnalata la prima vittoria di una formazione straniera, correva l’anno 2004, e l’affiancamento di un percorso alternativo, all’originale, con partenza da Zermatt, nel 2006.
Spetta invece un podio d’onore alla meteo, giacché: nel 1986 a vincere furono le condizioni climatiche proibitive che costrinsero gli organizzatori a interrompere la gara in pieno svolgimento; nel 2012 la spugna fu invece gettata ancora prima della partenza a causa del forte vento; e nel 2022, sempre a causa della meteo, la partenza fu posticipata di 24 ore.



