Nonostante la crescita del Prodotto interno lordo oltre sedici milioni di persone vivono con meno di 650 euro al mese
Eppure una povertà strisciante sembra contagiare l’intera Penisola. Le caute previsioni dei tecnici dell’Istat sono improntate al pessimismo con dati peggiorativi rispetto al 2020: significa che oltre 6 milioni d’italiani vivono in povertà assoluta (meno di 500 euro mensile di reddito), e 10 milioni abbondanti in povertà relativa (meno di 650 euro mensili di reddito): rappresenta quasi il 28 per cento della popolazione complessiva. Un peggioramento lieve rispetto ai dati del 2020, la quota era del 27 per cento, ma brusco rispetto al 2019, allorché i due gruppi toccavano i 13,4 milioni: in ventiquattro mesi sono dunque 3 milioni e mezzo gli italiani piombati nell’indigenza. Le regioni più colpite: Valle d’Aosta (+61,1 per cento), Campania (+57 per cento), Lazio (+52,9 per cento), Sardegna (+51,5 per cento), Trentino Alto Adige (+50,8 per cento).
In gran parte si tratta di categorie sociali fin qui abituate a cavarsela tra secondi, terzi lavori e retribuzioni in nero. Nessuno scialo, però un sabato al mese ci scappavano la pizza e la birra, mentre adesso devono trovare la forza psicologica di mettersi in fila dinanzi ai centri della Caritas, di Pane quotidiano, del Banco alimentare, delle associazioni clericali e laiche che offrono cibo, vestiti, detersivi, sapone, mascherine chirurgiche. Nuovi poveri bersaglio anch’essi del Coronavirus: non li ha colpiti nella salute, bensì nel lavoro. Sono stati spazzati via ambulanti e fattorini, baristi e badanti, muratori e manovali, magazzinieri e scaricatori, commessi e lavapiatti. Traballano anche i nuclei familiari basati sulle pensioni dei nonni: troppo grande il numero di figli e nipoti dei quali farsi carico. Tuttavia la famiglia continua a rappresentare la forma di welfare più diffusa nella Penisola: il 40 per cento degli under 35 è tornato ad abitare con i genitori.
Malgrado il cospicuo miglioramento della produzione e dei bilanci, la speranza è che nel 2021 l’occupazione mantenga i livelli del 2020 nettamente in retromarcia rispetto al 2019 con 456 mila lavoratori in meno e una disoccupazione ben al di sopra del 9 per cento. A pagare il prezzo più alto la Lombardia (–77mila) e soprattutto Milano (–20mila). Assai inquietante il crollo delle paghe nella metropoli considerata il motore del Paese: 320mila lavoratori a tempo determinato hanno guadagnato in un anno 9740 euro, se operai 8mila euro. D’altronde, 400mila assunti a tempo indeterminato sono stati costretti ad accettare il part time e conseguente decurtazione dello stipendio annuo a 12’354 euro, che sono diventati 9219 euro per 250mila operai, circa la metà di quanto previsto dal contratto nazionale, 17’110 euro. Rispetto a trent’anni addietro i salari sono diminuiti in termini reali del 2,9 per cento, unico caso fra le Nazioni dell’Ocse. Le aziende, però, continuano a chiudere gli stabilimenti per delocalizzare nell’Europa orientale.
Ancora più grama la situazione di quanti tirano avanti a «chiamata», diventata ormai prassi quotidiana per caffetterie, ristoranti, pizzerie, paninerie: si va da 2600 agli 8200 euro annuali. Un andazzo ben fotografato dai contratti di un solo giorno, che ormai rappresentano il 38 per cento degli accordi, pressoché alla pari dei contratti di 10 giorni, il 40 per cento; abissalmente lontani quelli da un mese, il 12 per cento. In questo quadro 800 euro mensili vengono ritenuti un traguardo accettabile: sono la risultante di una paga rabbrividente, 5,40 euro lordi l’ora e ci si fa la fame. Nella cerchia dei Navigli, il famoso centro di Milano, una domestica filippina guadagna 10 euro l’ora. Così viene spiegato perché molti abbiano preferito tenersi il reddito di cittadinanza, 573 euro mensili, e rinunciare al lavoro. Con la modifica dei requisiti approvata dal Parlamento non sarà più possibile. Non resteranno che la pensione di cittadinanza, 270 euro, il reddito di emergenza, 559 euro, il buono spesa, 300 euro.
Ne sono conseguiti un marcato aumento dei fallimenti, degli indebitamenti bancari, delle vittime dell’usura, delle depressioni, specialmente a livello giovanile. Con un riflesso significativo anche sulla salute denunciato dall’aumento delle morti pure al di fuori del Covid. La causa principale è risieduta nell’impossibilità di parecchi ospedali, assorbiti dalla pandemia, di proseguire la consueta attività di prevenzione e di cure. Non a caso diversi geriatri hanno pronosticato un drastico abbassamento dell’età media, che ultimamente aveva raggiunto la vetta di 83 anni per le donne e di 79 anni e mezzo per gli uomini. In una recente indagine del Censis il 66,2 per cento degli intervistati ha dichiarato che si viveva meglio in passato.
