La pandemia invita a riflettere sul superamento di ogni frontiera ma continuano a vincere i dubbi e le diffidenze
«Tempo di agire: per una ripresa equa, verde e digitale». Si è data questo motto la presidenza semestrale portoghese del Consiglio dell’Unione europea, che lo scorso gennaio è subentrata al turno tedesco. Belle parole, che purtroppo devono fare i conti con la perdurante emergenza sanitaria, con ogni prospettiva falsata dall’incertezza sul corso della pandemia. Eppure l’Europa dei Ventisette aveva dato al mondo, lo scorso dicembre, lo spettacolo di un’inedita prova di forza, e proprio sul fronte della resistenza alla pressione del maledetto virus che ha sconvolto il pianeta. Si tratta del programma «Next generation Eu» che mobilita una ingente quantità di denaro, 1800 miliardi di euro, per ricostruire l’Unione dopo il disastro provocato dalla pandemia. Quelle risorse serviranno per rilanciare l’economia, curare le ferite dell’ambiente e rinnovare i processi produttivi (dunque l’ecologia e il digitale ai posti d’onore) e, per completare il trittico, subito dopo riproposto dalla presidenza portoghese l’accento sull’equità.
A questo punto chiunque abbia seguito la vicenda alterna e appassionante dell’integrazione europea non può non aver pensato al metodo funzionale che guidò, in mancanza di alternative più coinvolgenti, i primi passi del processo che gradualmente porterà all’Unione. Erano gli anni Cinquanta del Novecento, il Continente uscito con le ossa rotte dal conflitto mondiale cercava di sopravvivere a un presente difficile e provava a immaginare un futuro vivibile. Per questo raccolse il messaggio lanciato in un’isoletta italiana da un gruppo di intellettuali antifascisti che vi erano confinati. Siamo tutti europei, che ne direste se cancellassimo quelle ridicole frontiere, se invece di continuare a farci la guerra ci mettessimo insieme? Insieme, non potremmo forse fare grandi cose? Il miraggio era potente e affascinante: gli Stati uniti d’Europa. Primo passo, perché no, verso un ordine federale capace di coinvolgere l’intero pianeta… L’utopia kantiana del mondo perfetto e definitivamente in pace, «zum ewigen Frieden…».
Si cominciò a piccoli passi, prima la Comunità del carbone e dell’acciaio, poi l’Euratom, infine il Mercato comune e la Comunità economica europea. Si disse che quegli adempimenti concreti avrebbero prodotto il miracolo, avanti così fino all’unione politica, alla grande Europa federale. La doccia fredda arrivò da Parigi, era un giorno d’estate del 1954 quando un voto dell’assemblea nazionale distrusse il sogno nascente negando la ratifica alla Comunità europea di difesa (Ced). Era stata una proposta francese, ecco un altro dei paradossi che si annidano nella storia, doveva costituire l’esercito congiunto dei nemici di ieri, sarebbe stato il grande passo verso una stretta integrazione politica, la condicio sine qua non per procedere verso l’Europa federale. Prevalse invece, forse anche perché poco più di un anno prima era morto Stalin e la minaccia sovietica sembrava essersi allontanata, l’ottica riduttiva dell’Europa delle patrie tanto cara al generale De Gaulle. Dunque una volta ancora si dovette ripiegare sul metodo funzionale: proseguiamo con le frontiere aperte e la libertà dei commerci, dei movimenti e speriamo che l’integrazione, quella vera, alla fine scaturisca dai fatti. Proprio De Gaulle, citando Napoleone, era solito dire che «l’intendance suivra»: proviamo invece a mettere l’economia all’avanguardia del processo unitario…
Con il voto francese sulla Ced il riscatto federalista tornò a rifugiarsi nei confini dell’utopia, mentre l’Unione proiettava di sé l’immagine di un’arida burocrazia senz’anima. Cambierà qualcosa? Chissà. Intanto è arrivata, al seguito della pandemia, la «Next generation Eu» ma già si annunciano divergenze sui modi e sui tempi dell’attuazione, su chi dovrà pagare il conto, sulle formiche del nord e le cicale del sud, per non parlare dei ritardi nella preparazione dei progetti da finanziare. Una scossa potrebbe venire da quella Conferenza sul futuro dell’Europa che si doveva celebrare l’anno scorso ma fu rinviata a causa dell’emergenza pandemica. L’aveva proposta a suo tempo il presidente francese Emmanuel Macron e fu calorosamente avallata da Ursula von der Leyen appena installata alla guida della Commissione di Bruxelles. Potrebbe essere questa l’occasione per rinvigorire l’Europa, restituendole almeno in parte la trionfante giovinezza della principessa che le diede il nome, quando Zeus nelle sembianze del toro la strappò agli ozi della corte fenicia portandola a Creta, sulla soglia del nuovo Continente.
Quando finalmente si riuniranno attorno al tavolo della Conferenza, i Ventisette potranno uscire dall’incertezza. Che cosa faranno? Decideranno di procedere verso l’Europa federale? Di uscire dal tabù dei trattati intoccabili, di rivoluzionare il sistema con una profonda revisione? Vorranno sottoporre la vecchia Europa a una bella terapia rigenerante, partendo da quel superamento concettuale di ogni frontiera che sembra suggerito proprio dalla pandemia, fenomeno tipicamente sovranazionale? Il fatto che il ventottesimo convitato, il Regno unito di Gran Bretagna e Irlanda del Nord, se n’è appena andato sbattendo la porta e dimostrando che nulla è irreversibile non facilita forse la transizione verso il federalismo, ora che è venuta meno la funzione di freno fino a ieri esercitata da Londra?
In realtà ci sono altri Paesi che frenano, sia pure un po’ meno ingombranti, come quelli del Gruppo di Visegrad a cominciare da Polonia e Ungheria. E poi ci sono le diffidenze dei «virtuosi» del nord. Per questo potrebbe farsi strada lo scenario dell’Unione a due velocità, cara al presidente Macron e già di fatto realizzata in materia valutaria, visto che soltanto diciannove fra i Ventisette hanno adottato la moneta comune. Si apre dunque la prospettiva che un nocciolo duro di Paesi ben determinati marci spedito verso una vera integrazione, che faccia tesoro del metodo funzionale ma sappia guardare oltre, nella direzione indicata dai padri fondatori dell’Europa unita, Konrad Adenauer, Alcide De Gasperi, Robert Schuman. Alla fine quel nocciolo duro potrebbe vincere le resistenze degli altri perché, come diceva Seneca, «ducunt fata volentem, nolentem trahunt»: il destino accompagna chi lo asseconda, trascina chi vi si oppone.
