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Viaggiatori d’Occidente - Dopo l’epidemia emerge un diverso rapporto tra lavoro e vacanza
Per undici mesi la fabbrica, l’ufficio, il lavoro, la città. D’agosto l’ombrellone, la spiaggia, la vacanza, il mare. Poi da capo, anno dopo anno. Com’era semplice il mondo negli anni Sessanta! Gli spazi del lavoro e della vacanza erano ben distinti, due geografie diverse anche se complementari.
Poi tutto si è complicato. I nomadi digitali sono stati i primi a mettere in discussione le regole del gioco. Hanno utilizzato le nuove tecnologie per soddisfare il loro desiderio di viaggiare e hanno imparato a lavorare in movimento. Chi aveva meno coraggio ha sperimentato il bleisure (business+leisure), ovvero approfittare dei viaggi di lavoro per qualche giorno di vacanza in più. Le due tendenze crescevano lentamente quando Covid-19 ha rimescolato le carte e ora si parla sempre più spesso di workation (work+vacation).
Di cosa si tratta? Per prima cosa il lavoro a distanza – o telelavoro – è diventato la norma, mentre prima era un’eccezione. Da casa, naturalmente, ma anche dai luoghi più diversi poiché molti sono rimasti bloccati lontano, a volte per caso, a volte per scelta. Per esempio, una mia studentessa è tuttora a Bali (poteva andarle peggio), dove ha scoperto una passione per il surf facile da soddisfare, dal momento che gli istruttori sono rimasti senza clienti. E tutti ricordano in Italia i tentativi degli studenti meridionali di tornare al sud prima che scattasse il lockdown, affollando le stazioni per salire sugli ultimi treni.
Poi l’immobilità forzata per lunghi mesi, cercando solo di far passare il tempo. Con il graduale ritorno alla normalità, ci si aspettava che tutto riprendesse come prima, ma non è stato così. A Milano il 19 giugno il sindaco Sala ha messo in guardia dall’effetto grotta (ndr: vedi articolo sulla «Sindrome della tana» di Maria Grazia Buletti, uscito sul numero 24 di «Azione» dell’8 giugno 2020), ammonendo: «Basta smart working, torniamo al lavoro!». Parecchi si sono risentiti, sottolineando di aver sempre lavorato in questi mesi; ma forse il sindaco pensava ai mezzi pubblici deserti, alle tavole calde e ai bar del centro, gravati di affitti stellari e desolatamente privi di clienti.
Proprio questo è il punto. L’epidemia è stata un gigantesco esperimento sociale e molti stanno riflettendo sulle nuove esperienze. Se per diversi mesi è stato possibile vivere e lavorare lontano dall’ufficio, perché non continuare? Dopo la fine del lockdown e l’arrivo dell’estate i prigionieri del virus sono sciamati verso la casa dei genitori o le seconde case in montagna e al mare, quasi per un riflesso condizionato, un desiderio di spazi aperti. Del resto, molte aziende hanno scoraggiato il rientro in sede finché la situazione sanitaria non sarà chiara.
Molti però avevano consumato tutte le ferie e hanno dovuto continuare a lavorare anche in vacanza: workation appunto. Anche così i vantaggi della nuova condizione sono stati subito evidenti: minori spese, meno tempo sui mezzi di trasporto e la cucina della nonna invece dei terribili panini del bar con una cotoletta impanata ore prima. Lorenzo Guerra, imprenditore proprio nel campo del cibo, ha lasciato Bolzano per Salerno unendosi ai south worker: «Lavoro dal mattino fino a metà pomeriggio e poi vado in spiaggia. Ho sostituito l’aperitivo serale in via Paolo Sarpi con un bagno al mare». Carmelita invece lavora per un’importante banca milanese ma lo fa da Siderno, Reggio Calabria: «Ho passato qui la mia infanzia. Da tanto tempo non tornavo per tutta l’estate. Da quando ho diciott’anni vivo a Milano, sono arrivata per studiare in Bocconi e mi sono fermata lì. Sono una donna del sud che si è milanesizzata… Qui i miei figli adolescenti possono uscire e io sono molto più tranquilla e felice. Vedo dopo tanto tempo il paese che si risveglia e si prepara all’estate. Non succedeva da quando ero bambina» (Fonte: «Huffington Post»).
A chi non ha una casa di famiglia o una seconda casa provvede l’industria turistica. Alberghi e strutture ricettive si sono attrezzati per un’estate di workation offrendo piccoli uffici silenziosi, utilizzo gratuito di scanner e stampanti, servizio di consegna e ritiro documenti e pacchi, connessione wi-fi anche sulla spiaggia e negli spazi all’aperto, la babysitter per i bambini. E così a Entrèves, vicino a Courmayeur, si può lavorare in una baita d’inizio Novecento trasformata in ufficio con vista sul Monte Bianco. «Venite a Riccione a lavorare in smart working» è stato invece l’invito di Renata Tosi, sindaco della cittadina romagnola. Anche Airbnb, messa in ginocchio dalla crisi, offre sconti per workation. Potrebbe essere una prospettiva interessante anche per il nostro cantone, dove però si sta diffondendo più lentamente.
In autunno capiremo se questo cambiamento diventerà una nuova regola, almeno per una parte consistente dei lavoratori. Cosa succederebbe se a settembre molti semplicemente scegliessero di non tornare dalle vacanze e di continuare l’esperienza? Tanto più se i figli studiano a loro volta da remoto. Jack Dorsey, capo di Twitter, ha dato la possibilità ai dipendenti di lavorare da casa per sempre, se lo desiderano. È una nuova filosofia, tenendo d’occhio i risultati e non le ore trascorse alla scrivania.
In autunno capiremo se questo cambiamento diventerà una nuova regola, almeno per una parte consistente dei lavoratori. Cosa succederebbe se a settembre molti semplicemente scegliessero di non tornare dalle vacanze e di continuare l’esperienza? Tanto più se i figli studiano a loro volta da remoto. Jack Dorsey, capo di Twitter, ha dato la possibilità ai dipendenti di lavorare da casa per sempre, se lo desiderano. È una nuova filosofia, tenendo d’occhio i risultati e non le ore trascorse alla scrivania.
Quando serve, per esempio per una riunione coi colleghi, si può andare in ufficio una volta alla settimana, ma per questo non serve vivere in una grande città, basta poterla raggiungere in tempi ragionevoli. «Abitavo a Parma, dove ero tornato dopo un periodo a Roma. Prima della pandemia mi sono spostato a Mola di Bari. Vivo in una casa ampia e con due terrazze a quattrocento metri dal mare, per la quale pago un affitto che è la metà di quello di Parma. E se mi devo spostare ho l’aeroporto di Bari a venti minuti di macchina» spiega per esempio Giacomo Talignani, giornalista di «Repubblica». Si può vivere ovunque a patto che vi sia una buona connessione, un aeroporto o una stazione ben collegata nelle vicinanze; e secondo l’Istat in Italia il costo della vita a sud è in media più basso di novecento euro mensili rispetto al nord.
Certo non tutto è così facile. I piccoli borghi devono dimostrare di essere in grado di cogliere questa sfida fornendo servizi adeguati. Ma ancora maggiore è la sfida per le grandi città. Per conservare il loro ruolo, dovranno dimostrare di essere insostituibili in termini di esperienze e relazioni, senza più accontentarsi di vivere di rendita. E se il mercato immobiliare e commerciale ne soffrirà per qualche tempo, ci sono anche aspetti positivi: meno inquinamento, meno traffico, migliore qualità della vita.
