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Viaggiatori d’Occidente - La discriminazione razziale è un tema che tocca molti ambiti della vita sociale, tra cui quello delle vacanze
«Perché i maschi bianchi devono prendersi tutto il divertimento?». Sin dall’infanzia questa domanda ha assillato Jini Reddy, scrittrice di viaggio di origini indiane emigrata in Canada con la sua famiglia. «Da bambina ho sempre sognato di diventare una scrittrice e di viaggiare all’estero. Ma non ho mai letto una storia che parlasse di una come me, una piccola donna bruna che se ne andava in giro e viveva avventure straordinarie. Vedevo uomini – sempre uomini! – nei libri e in TV e mi chiedevo come facessero a tenersi quel ben di Dio solo per sé». Poi finalmente Jini ha scoperto in libreria opere come Indigeno straniero. Un viaggio africano di un Nero d’America di Eddy L. Harris, (Feltrinelli, 1994), dove si raccontava un viaggio a ritroso nella terra dei padri per recuperare la propria identità.
Per le donne, sia pure lentamente, tradizionali esclusioni sembrano attenuarsi: dopotutto da qualche tempo il loro numero supera quello dei viaggiatori maschi e si sono aperti spazi importanti anche nel giornalismo specializzato. La questione di genere insomma fa progressi, invece il sotterraneo razzismo del mondo del turismo spesso passa inosservato. Forse questo dipende anche dall’idea che il viaggio sia sinonimo di apertura mentale, rifiuto del pregiudizio, disponibilità alla diversità. Ma non sempre è così.
Il caso degli Stati Uniti, in queste settimane scossi dalle rivolte razziali, è emblematico. Negli USA questo 2020 sarà l’anno delle vacanze con la propria auto: uno stile di viaggio molto apprezzato sin dagli anni Venti del Novecento, ora rinforzato dalla tendenza a restare più vicini a casa (niente aereo!) e a limitare i contatti in tempo d’epidemia. Certo non sono più i tempi di quando i viaggiatori di colore si affidavano alla Guida Verde (Negro Motorist Green Book), pubblicata dal 1936 al 1967 (ricordate il film?) per trovare alberghi e ristoranti disposti ad accoglierli. Ma per parecchio tempo, anche dopo la fine della segregazione razziale, tutto continuò come prima.
Arnie Weissmann, caporedattore (bianco) di «Travel Weekly», ricorda un episodio della sua infanzia. «Avevo 11 anni e il nostro era un classico viaggio americano con auto e carrello delle tende. Eravamo già stati nel Rocky Mountain National Park, poi Mesa Verde, Grand Canyon, Los Angeles, San Francisco, Yosemite ed eravamo diretti a Yellowstone. Prima di attraversare il Deserto del Nevada però avevamo caricato troppa acqua, nel timore non bastasse, e l’asse posteriore della nostra macchina cedette per il peso. Per fortuna c’era un motel vicino. Ma quella sera, quando i miei genitori pensavano che io dormissi, sentii mio padre raccontare con voce turbata la storia di un’ingiustizia: quando era entrato nell’hotel, una coppia di colore stava uscendo perché avevano detto loro di essere al completo. Invece c’era ancora una stanza libera e fu data a noi. Mentre mio padre stava compilando i moduli, la donna dietro la scrivania gli disse con aria complice: “Se quelle persone ti fanno domande, digli che avevi già prenotato”».
Ancora oggi, del resto, molti neri usano Facebook per farsi segnalare luoghi dove sono benvenuti. E alcune catene alberghiere, per esempio Homage Hospitality Group, accolgono soprattutto viaggiatori di colore. «Torniamo dove sono già stati i nostri amici e parenti perché sappiamo che è sicuro» spiega Dianelle Rivers-Mitchell, fondatrice di Black Girls Travel Too.
Altri, specie al sud, hanno ancora paura di andarsene in giro dopo il tramonto o di essere fermati dalla polizia, per questo installano sulle loro auto delle videocamere per riprendere un eventuale fermo; inoltre lasciano sempre detto dove sono e tendono a seguire strettamente il programma senza permettersi rischiose divagazioni, come farebbe invece un bianco.
Nel paese di Jack Kerouac e dei viaggi On the road, la prima domanda che i poliziotti rivolgono ai viaggiatori neri è «Dove stai andando? Perché sei qui?», come se non avessero il diritto di allontanarsi dal ghetto. E se gli afroamericani amano viaggiare in grandi gruppi familiari, o di membri della stessa Chiesa, questa scelta dipende anche da qualche timore nascosto.
Non va meglio per i viaggi all’estero. Chi vende viaggi di lusso o posti in prima classe raramente si rivolge alle persone di colore nella pubblicità. E la maggior parte dei dirigenti delle principali aziende turistiche sono bianchi, nonostante i 63 miliardi di dollari spesi ogni anno dai neri. Quando Margie Jordan, un’agente di viaggio, va in vacanza nei Caraibi molti, a causa della sua pelle scura e dei capelli crespi, pensano sia una dipendente: «Mi hanno chiesto di prenotare un ristorante, di chiamare un taxi, persino di portare asciugamani puliti nella loro stanza». Per questo ha finito per viaggiare soprattutto in Paesi dove avere la pelle scura è normale. Qualche anno fa per esempio è stata in Sudafrica ma quando su un modulo le hanno chiesto la sua nazionalità ha scritto «nera». «Poi mi sono accorta che tutti intorno a me lo erano, allora ho tirato una riga e ho scritto “americana”. Il portiere ha guardato il foglio con la correzione, ha sorriso e mi ha detto: “Bentornata a casa”».
