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La Sicilia vista dal treno
Bussole Inviti a letture per viaggiare

«Sciroccu piscistoccu malanova è proprio la formula che riassume i tre elementi costituenti dello Stretto, la trimurti laica di Messina: lo scirocco che batte sovente lo Stretto, lo stoccafisso alla messinese, cucinato con un bel sugo di pomodori, capperi e olive, e infine la malanova, che rappresenta l’esprit di Messina, la malasorte che ciclica e puntuale sembra colpire la città…».  

Mica facile raccontare la Sicilia. Per cominciare, nonostante la geografia l’abbia collocata al limitare d’Italia, si ha sempre la sensazione che molte domande cruciali potrebbero trovare risposta qui, come scrisse enigmaticamente lo stesso Goethe: «L’Italia senza la Sicilia non lascia immagine alcuna nello spirito. Qui è la chiave di ogni cosa». La Sicilia poi è stata raccontata mille volte e questa stratificazione di narrazioni rende sempre difficile distinguere immagini, stereotipi e realtà.

Paolo Merlini, infaticabile «esperto di vie traverse», ci ha provato a modo suo, insieme all’inseparabile compagno di viaggio Maurizio Silvestri. Il risultato è composto da due narrazioni distinte da un diverso carattere tipografico, ma ben accordate e accomunate dalla passione per i cibi, il vino, le storie. 

Merlini e Silvestri, nostri collaboratori abituali, raccontano soprattutto una Sicilia (intra)vista dal finestrino del treno. Curiosa scelta: I due «terranauti» sono piuttosto esperti di viaggi in corriera. Ma nell’isola proprio il trasporto su gomma, per oscure ragioni (in realtà chiarissime), ha sottratto risorse alla ferrovia. E così in Sicilia il simbolo stesso della modernità propone spesso nelle stazioni un museo a cielo aperto e anche sulle linee principali il viaggio lento, da scelta, diventa necessità.

Bibliografia
Paolo Merlini e Maurizio Silvestri, Sicilia Express. Due terranauti in treno tra saperi e gusto, Exorma, 2018, pp.192, € 15,50.


Le cento capitali italiane

Viaggiatori d’Occidente - Alcune ragioni vecchie e nuove per visitare la vicina penisola
/ 06.08.2018
di Claudio Visentin

Può un uomo dirsi completo senza aver compiuto il viaggio d’Italia? Per secoli gli Inglesi hanno risposto di no e per questo, anche quando per la penisola era cominciato un lungo declino dopo il Rinascimento, continuarono a mandarci i loro giovani in quella stagione cruciale della vita tra la conclusione degli studi e l’età adulta. 

Molto è cambiato da quel tempo: nella seconda metà dell’Ottocento il Paese si è unito e modernizzato (tra le proteste di molti viaggiatori, Ruskin per primo), ma le ragioni di fondo di questo viaggio non sono mai venute meno, neppure in anni recenti, quando la caduta del Muro di Berlino e lo schiudersi del mondo globale hanno moltiplicato le possibili destinazioni. 

Cos’ha dunque di speciale il viaggio italiano? Per cominciare in uno spazio geografico relativamente ristretto (con i suoi trecentomila chilometri quadrati l’Italia è solo al 72° posto nella classifica dei Paesi ordinati per dimensioni) coesistono i paesaggi più diversi: sulle Alpi le montagne innevate per molti mesi l’anno, come in Svizzera, insieme alle spiagge infuocate dell’Adriatico; e poi le colline, i laghi… Infine le cento città: «qui in Italia – la battuta è di Lord Byron – le città sono tutte capitali». E in effetti capitali d’Italia sono state Torino (1861-65) e Firenze (1865-71), prima di Roma. In tempi più lontani (ma le memorie archeologiche sono ancora ben visibili) Milano, Aquileia e Ravenna furono sedi imperiali romane. Ma molte altre – penso a Mantova – sono state capitali di signorie e principati indipendenti, con ambasciatori presso le principali corti europee; e come ogni capitale che si rispetti avevano palazzi, cattedrali, teatri di corte. Ci sono poi storie affascinanti come Sabbioneta, minuscolo regno solo intravisto da Vespasiano Gonzaga a metà del Cinquecento. O Caserta, capitale estiva del Regno di Napoli, con la più bella reggia d’Europa, superiore alla stessa Versailles.

In alcune regioni d’Italia sai bene cosa aspettarti. Negli anni Sessanta per esempio la Riviera romagnola inventò il turismo balneare tra bagnini, ombrelloni e canzoni; oggi quella tradizione si rinnova nel Salento della Taranta mentre nell’altro mare, il Tirreno, la Versilia ne propone una versione più raffinata e costosa. Nell’arco alpino si è affermato un turismo sportivo invernale ma i cambiamenti climatici stanno rilanciando i soggiorni estivi; intanto l’antico primato del Piemonte e della Val d’Aosta è ormai passato alla nuova regione guida, il Trentino Alto Adige. 

C’è poi naturalmente il turismo nelle città d’arte, a cominciare dal turisdotto Venezia-Firenze-Roma, con un’estensione meridionale tra Napoli e Palermo, quest’ultima Capitale della cultura italiana 2018. Negli ultimi anni a questa lista ristretta di luoghi assediati dal turismo internazionale si sono aggiunte anche le Cinque Terre, divagazione naturalistica in un percorso all’insegna dell’arte.

Ma, se chiedete a me, nessuno di questi luoghi incarna da solo l’essenza del viaggio italiano. Certo sono mete imperdibili – chi potrebbe affermare il contrario? – ma proprio per la loro popolarità globale manca quell’elemento di scoperta e di sorpresa essenziale in un viaggio perfetto. Meglio allora addentrarsi nell’Italia interna scendendo lungo la dorsale appenninica, spina dorsale del Paese, da Piacenza sino alla Calabria (e anche oltre, poiché tra le mete più originali sta emergendo l’Appennino di Sicilia, descritto in una nuova guida dell’editore Terre di Mezzo: Davide Comunale, Da Palermo a Messina per le montagne. 370 km in cammino lungo le vie francigene della Sicilia)

Incastonate in questo vasto territorio, tra boschi e fiumi, vi sono città piccole e medie con una fortissima personalità: penso a Volterra etrusca spalancata sui calanchi o all’incantevole Urbino. Quanti conoscono Orvieto? Fu scoperta dai viaggiatori inglesi partendo da una veduta dipinta da William Turner (oggi alla Tate Gallery). Come vi avrebbe spiegato qualunque raffinato viaggiatore d’Oltremanica, bisogna giungere a Orvieto all’alba dalla via di Viterbo, in posizione dominante sul paesaggio: solo allora il sole levandosi da destra fa scivolare la sua luce lungo i fianchi delle montagne, irradiando il fiume e inondando di luce le balze rocciose su cui sorge la città…

Ancora più lenta, profonda e durevole sarà l’impressione per chi viaggia a piedi, lungo la rete dei cammini storici ora meglio definita (www.camminiditalia.it): e dunque la Francigena naturalmente, ma anche la Via degli Dei, la Via degli Abati, il Cammino di Francesco, la Via di San Benedetto... E poi ci sono i borghi (borghipiubelliditalia.it o le Bandiere arancioni del Touring Club italiano), l’occasione perfetta per esplorazioni enogastronomiche di antiche ricette nei luoghi stessi dove furono inventate, con gli ingredienti cresciuti nel territorio. Qui si tocca con mano l’essenza della civiltà italiana, così come si offre al viaggiatore: la capacità di trovare soluzioni sempre diverse per i concreti bisogni quotidiani, così che ogni luogo ha i suoi strumenti, le sue serrature, i suoi tessuti, le sue carte da gioco, le sue canzoni, in una varietà che non stanca mai.

Certo non tutto è bellezza nel viaggio italiano: ci sono troppe costruzioni nuove e brutte, troppi rifiuti abbandonati, troppi randagi (specie al sud), troppa burocrazia… L’elenco potrebbe continuare ma, dopo tutto, questo malessere affligge soprattutto il residente, chi tutti i giorni si confronta con abusi e disservizi, assai meno il viaggiatore che – come scrive Claudio Magris – è soltanto uno spettatore della vita.