L’ancestrale mal d’Africa

Reportage - Più che una nostalgia, è un insieme di colori, odori, suoni, sguardi e modi di vivere
/ 04.12.2017
di Fredy Franzoni, foto Alfonso Zirpoli

«Ho diciannove anni, sono francese e ho trascorso tredici anni della mia vita all’estero. Ho vissuto in diversi paesi, ma l’Africa mi ha segnata. Non riesco a parlarne con chicchessia, salvo le persone che hanno condiviso questa mia esperienza. Temo di non essere capita se spiego a che punto l’Africa vi può segnare ed entrare nella vostra pelle…». Così su una delle tante chat trovata sul web. Chi ha viaggiato in Africa spesso parla di questo strano male. Sarà solo nostalgia? Desiderio di essere ancora immersi nei colori, odori, sapori di un mondo che ci fa pensare alle nostre origini, all’essenza della vita? Un mondo comunque, proprio perché ci riporta indietro nel tempo, nel quale forse non saremmo mai capaci di immergerci, di assimilare del tutto. Ed è giusto così.

L’Africa è e deve rimanere degli africani. Noi l’Africa la possiamo visitare, ma con garbo, con gentilezza. Non per accettarla, ma per capirla, per assaporarne la diversità. «Non desiderare solo la tua cultura, rischi la solitudine. Non desiderare solo la cultura d’altri, rischi di perdere la tua e distruggere te stesso» conclude Mohamed Ba nel suo libro Il tempo dalla mia parte in cui narra la sua esperienza di emigrante nero sbarcato sulle coste europee.

Il mal d’Africa è un’emozione, uno stato d’animo intimo. Ma lo si può descrivere, a parole o con le immagini.

Mal d’Africa. Lo senti già quando incroci lo sguardo del volto nero della donna che ti è seduta a fianco sul volo di rientro. L’odore quasi artificiale della stoffa colorata del suo nuovo pagne che si mescola con quello acre della traspirazione, dovuta forse all’emozione di quel viaggio. Una volta sbarcati, mancheranno i colori in un mondo dove ci si veste quasi solo di scuro e rimarrà anche nelle narici il rigetto, che è anche stato imbarazzo, per le vampate di sudore subite. Amare è accettare il bello e il brutto.

Il mal d’Africa è correre in macchina e chiedersi perché da noi i marciapiedi, larghi, asfaltati, con solide bordure di granito sono quasi sempre deserti. Ma è anche ricordarsi che attendere in modo troppo ossessivo il domani, fa sfuggire l’oggi. Imparare il «qui e ora» da noi è materia di corsi e di seminari a volte con etichette altisonanti e prezzi conseguenti. In Africa non lo si insegna, lo si vive. Irresponsabilità, ai nostri occhi, che però è anche necessità di sopravvivenza in una terra troppo matrigna nel condividere le proprie risorse.

Mal d’Africa è mettere all’orecchio una conchiglia che non ti restituisce l’onda del mare, ma i suoni della vita quotidiana fuori dalle grandi città. Bambini che giocano, vecchi che discutono, donne che ridono, animali che mescolano i loro richiami. Motorette che sfrecciano sulla terra battuta; cigolii di ruote di vecchie biciclette, di carretti, di carrucole dei pozzi. Il suono di una radiolina a transistor. Il battere ritmato nei mortai, con i bambini che si lasciano cullare avvolti sulle schiene delle mamme. Lo scoppiettare delle braci, il bollire delle padelle. Colpi di martello, il raschiare cadenzato delle seghe. Il respiro del vento. Rumori allo stato puro, che scorrono nella mente come un film che non ha più bisogno di immagini.

Mal d’Africa è interrogarsi senza pregiudizi su una dimensione spirituale diversa, dove fede, natura, magia, dogmi si intersecano senza timore. Chiesa e foresta sacra; sacerdoti e marabù; santi e antenati; spiriti del bene e del male, tutto sembra confondersi in un grande caos. In Africa ci si divide, anche con violenza, tra le varie correnti cristiane e musulmane, per poi ritrovarsi quasi tutti concordi nel seguire le pratiche animiste.

Mal d’Africa vuol anche dire interrogarsi sulle responsabilità passate e presenti di chi continua, stranieri o indigeni che essi siano, a disegnare un continente su logiche e leggi estranee alla cultura locale. Ma obbliga anche a cercare un simbolo positivo, per dare speranza al futuro. Potrebbe essere un baobab; tozzo e forse non bello nelle sue forme, con il suo tronco obeso e i rami esili che sembrano agganciarsi al cielo seguendo lo spartito di una musica impazzita, ma che ha radici profondissime, che sanno trovare nutrimento anche laddove nessun altro riuscirebbe a sopravvivere. È saldamente impiantato, il suo legname ha scarso valore, è difficile da sradicare, ma sa offrire frutti e foglie con proprietà mirabolanti.

Sì, il mio mal d’Africa si chiama baobab!