La terra dei draghi

Viaggiatori d’Occidente - Nel Peloponneso sulle tracce di Patrick Leigh Fermor
/ 18.12.2017
di Natalino Russo

«Un luogo morto, astrale, un habitat da draghi. L’abominio della desolazione». Così nel 1958 Patrick Leigh Fermor descriveva la penisola del Mani, nel sud della Grecia. I tre promontori del Peloponneso sono come dita allungate nel mare e Mani è quello centrale.

Patrick Leigh Fermor è uno dei più autorevoli viaggiatori e scrittori di viaggio inglesi; la sua penna è colta, puntuale, esaustiva, talvolta strabordante di informazioni e curiosità. Durante la Seconda guerra mondiale Fermor aveva combattuto in Grecia e partecipato a operazioni importanti, a cominciare dalla cattura del generale tedesco Heinrich Kreipe a Creta. In Grecia Fermor tornò più e più volte. Se ne innamorò al punto da trasferirsi proprio nel Mani, dove rimase per tutta la vita. Si costruì una casa a Kardamili, poco distante dal Taigeto, l’affilato massiccio montuoso che da Sparta si protende nel mare, verso sud, fino al punto in cui l’Egeo diventa Jonio. Qui c’è il capo Tenaro o Matapan, estrema propaggine del Mani, l’ingresso all’Ade della mitologia classica.

Un magnifico sentiero tocca le rovine di una villa romana e si inoltra sulla cresta calcarea e brulla del promontorio, in un orizzonte di vento e solitudine, fino al solitario faro. Verso ovest si scorge la penisola messenica dove si trovano le storiche cittadelle fortificate di Koroni e Methoni, gli «occhi» della Serenissima: appartennero a Venezia e sorvegliarono i traffici in questo importante braccio di mare. A est si spalanca il golfo di Laconia, che lascia a malapena scorgere la penisola di Capo Malea. Di fronte, verso sud, soltanto la linea dritta dell’orizzonte. Capo Matapan è il punto più meridionale dell’Europa continentale.

Ma è nell’entroterra che ancora oggi si ritrova l’atmosfera descritta da Fermor nel suo libro Mani. Viaggi nel Peloponneso (Adelphi). Qui il paesaggio è aspro, le montagne calcaree si alzano dal mare in versanti ripidi e inaccessibili, disseccati, con cupi valloni che diventano veri e propri canyon. Qualche rara mulattiera si inerpica verso l’alto. È tutto ciò che resta delle vie di comunicazione tra gli antichi villaggi manioti, quegli stessi villaggi che Fermor descrive nel resoconto del suo viaggio a piedi tra le montagne.

A motivare lo scrittore furono i racconti fantastici ascoltati in giro per la Grecia: storie ombrose, che parlavano di un popolo ostile e bellicoso, dedito a usanze barbare e avvezzo ai crimini più immondi. Incuriosito Fermor si procurò una guida e si mise in viaggio. Partito da Sparta, attraversò la medievale Mistrà e si arrampicò sul ripido sentiero verso le creste del Taigeto. Nel villaggio di Anavriti capì di essere davvero in una dimensione a parte, un mondo difficile da penetrare ma proprio per questo affascinante. Attraversò il Mani cosiddetto esterno o Exo Mani, storicamente parte della Messenia, e quello interno o Mesa Mani, parte della Laconia. Si fermò in centri grandi come Kardamili e Areopoli, ma anche in villaggi minuscoli come Galtes e Kambos, veri e propri grappoli di case e torri in pietra. Di questi luoghi Fermor annotò ogni dettaglio, riempì quaderni di appunti con dialoghi e incontri, magnifiche descrizioni di paesaggi, aspetti anche minimi di una cultura tramandata per secoli sino alle soglie della modernità. Raccolse molte storie di faide spietate tra clan capeggiati da briganti e pirati; descrisse i riti delle mirologistrias, donne esperte in mirologia, cioè le lamentazioni e i canti funebri tipici di questa terra rimasta isolata a lungo.

Questo angolo di Grecia è una fortezza naturale di impenetrabili montagne, il Taigeto raggiunge i 2400 metri di quota. Non a caso vi ripararono generazioni di fuggiaschi, spesso nobili decaduti che costruirono palazzetti fortificati e centinaia di torri. Il cristianesimo vi approdò soltanto nel IX secolo.

Oggi una strada tortuosa fa il giro della penisola: dalla città di Kalamata, nella parte messenica appartenente al comune di Dytiki Mani, si addentra nella parte laconica, cioè nella penisola vera e propria, interamente parte del comune di Anatoliki Mani; passa per Areopoli e prosegue giù fino al faro, per poi tornare verso nord fino a Gytheio. Lungo il percorso non si rischia più di imbattersi in una faida tra villaggi, ma a tratti si ha l’impressione che il tempo si sia fermato. Molti villaggi sono abbandonati. Alcuni gruppi di case turrite sono in via di recupero e forse diventeranno alloggi per turisti; il resto sta lentamente crollando. Il viaggiatore si ritrova a passeggiare tra case dirute e torri sbilenche, chiesette ormai prive di copertura, minuscole piazze in cui riecheggia la vita che vi passò, e quella di chi la vide passare.