Itinerario Personico-Dragoi-Val di Nadro

Partenza: Personico, 326 msm (strada carrozzabile fino a 502 msm

Arrivo: Dragoi, 1'128 msm

Dislivello: 802 m (626 m)

Tempo di percorrenza: circa 2 h

Difficoltà: T2

Da Personico si segue la strada carrozzabile che porta al bacino della Val D'Ambra. Verso i 500 metri di quota c'è una diramazione, non molto ben segnalata. Prendere la stradina sulla destra che va verso i monti di Venn e Faidàl.

Attenzione, ci sono pochi spazi per incrociare e, alla fine della strada, scarse possibilità di parcheggio, per cui meglio fermarsi prima e proseguire a piedi.

Il sentiero, facile, è segnalato in bianco-rosso-bianco. Si sale all'ombra di bellissimi castagni monumentali.

Dopo Faidàl (912 msm) è il faggio a dominare, per poi cedere il passo alle conifere fino a Dragoi.

Al ritorno si può fare una deviazione verso Sassàn (980 msm), da dove è possibile scendere di nuovo a Faidàl, oppure prendere il sentiero che esce dalla valle passando vicino al punto 976 msm. Questo secondo itinerario segue un sentiero piuttosto ripido che mette a dura prova le ginocchia!


Il quarzo della val Nadro

Escursione in una valle della Leventina, un tempo famosa per una ricca cava minerale
/ 01.10.2016
di Romano Venziani, testo e immagini

“Inospitale. L’ha definita così il mineralogista Carlo Taddei, la val Nadro, dove si era avventurato, seguendo il filo delle sue ricerche e percorrendo sentieri indistinti «come un mito che bisogna cercare con la lanterna di Diogene». i

 

Oggi, la val Nadro, o Nèdro, come la chiama la gente del posto, non ha niente di “inospitale”, anzi. Dopo un periodo di abbandono, durante il quale il bosco ha dato sfogo alla sua smania di espansione, la valle è ora venata da una rete di sentieri agevoli e ben curati e punteggiata di nuclei di cascine regolarmente utilizzate dai villeggianti.

 

La val Nadro, quest’angusta apertura che s’infila profondamente tra le montagne alle spalle di Personico, non ha comunque perso le sue caratteristiche di valle molto strana e selvatica”, come la definisce Nives Cislini, all’epoca (e parlo di una decina di anni fa) presidente del locale Patriziato, che mi aveva accompagnato fin lassù.Ha uno strano fascino la val Nadro. Sarà per quei suoi ripidi versanti tappezzati di rocce e di una vegetazione ostinata nel suo desiderio di conquista, o per il suo fiume, il riale di Nèdro, che scorre a volte impetuoso giù nelle gole più profonde, a volte tranquillo quando la morfologia gli dà maggior respiro, l’atmosfera qui è intrisa di un non so che di primordiale e selvaggio.Salendo da Personico verso Faidàl, un maggengo che oggi si popola nei fine settimana e nei mesi estivi, il percorso segue un’antica mulattiera, supera spumeggianti torrenti, attraversa la tavolozza stagionale di verdi, rossi e gialli dorati delle selve castanili e dei faggeti.

 


Ovunque, ci s’imbatte nelle tracce di una colonizzazione secolare, tanto assidua quanto impensabile. Gli insediamenti rurali, che s’incontrano lungo il sentiero, testimoniano, qui come in tutto l’arco alpino, l’incessante ricerca di nuovi spazi utili a soddisfare le esigenze di un’economia di sussistenza, che dialogava perennemente con la fame. Il rapporto dell’uomo con il posto in cui vive è, da sempre, improntato a una concezione utilitaristica e antropocentrica del territorio, che deve essere conquistato, addomesticato, ridotto al proprio servizio. E così, dove il territorio è dominato dalle montagne, anch’esse sono integrate in questo processo di sfruttamento, che si è compiuto a tappe, arrivando a sfidare, quando la necessità lo imponeva, anche i luoghi più impervi e inospitali.

Faidàl, comunque, è tutt’altro che inospitale. L’antico nucleo, un tempo abitato stabilmente tutto l’anno, è adagiato su un terrazzo soleggiato, da cui lo sguardo spazia sulla bassa valle Leventina e sulle montagne che le fanno da cornice. Le cascine, in buona parte riattate, se ne stanno lì, strette le une alle altre, in mezzo all’ampio pascolo su cui sorge un minuscolo oratorio, affrescato e dedicato a San Rocco.

Oltre Faidàl, il sentiero supera il fiume su un ponte di sasso e incomincia a salire più ripido per poi penetrare nella parte più selvaggia della val Nadro.

«A pensare che la gente doveva vivere della pastorizia in posti come questi - mi confida Nives - si capisce il perché dell’emigrazione in America. Anche nella mia famiglia ci sono stati parecchi casi. Mio padre mi raccontava dello zio Giovanni», continua la mia guida mentre camminiamo sotto una volta di rami intrecciati. «Un giorno sono saliti fin quassù a cercare le bestie. All’improvviso lo zio Giovanni si è fatto il segno della croce e gli ha detto: Basta, è l’ultima volta che vengo qui! E così se n’è andato a cercare l’oro in Australia, ma quando ha visto com’era la situazione in quel paese è ritornato in Svizzera. Arrivato a Zurigo ha scritto a casa una cartolina dicendo che voleva emigrare in America. Mio padre ha preso la bicicletta ed è andato a Zurigo a portargli i soldi per il viaggio».

In val Nadro, oltre a quella contadina, è però arrivata anche la civiltà industriale. Una parvenza, un tentativo, almeno.

A Dragoi, poco sopra i millecento metri di quota, il sentiero si libera dell’abbraccio del bosco e prosegue in un’ampia zona di pascolo ai cui lati stanno in agguato giovani abeti cresciuti tra i massi erratici e i ruderi di alcune costruzioni.

 

Nives mi rivela che non si tratta di cascine diroccate, ma di edifici incompiuti, di cui rimangono i muri incredibilmente perfetti, con gli occhi vuoti delle finestre, che ritagliano scampoli del paesaggio circostante.

 

Non erano destinate a ospitare alpigiani, queste casette, bensì operai. Il perché non sono mai state finite non si sa e gli operai dovevano scendere a Faidàl, per dormire. Ma quali operai?

 

Nel 1912, la direzione delle Officine del Gottardo, da poco insediate nel comune di Bodio, chiede al patriziato di Personico l’autorizzazione per aprire e sfruttare quassù una cava di quarzo, minerale utilizzato nella fusione del ferrosilicio prodotto in Leventina ed esportato soprattutto in Germania. La particolare struttura geologica della val Nadro è caratterizzata dalla presenza di diversi filoni di quarzo, che, all’inizio, si rivelano particolarmente ricchi, tanto che la concessione parla di una quantità annua minima di 50 mila quintali di minerale da estrarre, pagati al patriziato 5 franchi ogni cento quintali.

 

L’autorità patriziale gioca però d’astuzia e si premunisce. Se la quantità di materiale estratto non raggiunge la cifra stabilita, le Officine dovranno pagare anche per quanto è rimasto nella montagna, in ragione di 3 franchi per 100 quintali.

 

E così per una quindicina d’anni, la valle assiste impassibile, o quasi, all’attività rumorosa della settantina d’operai addetti all’estrazione.

 

Nel 1927, dopo aver cavato dalla montagna una mole imponente di minerale, il giacimento si esaurisce, il quarzo che resta è di pessima qualità e gli impianti sono smantellati.

 

«Quelli sono i muraioi - mi dice Nives, indicando uno strano manufatto che campeggia in una radura ricamata di giovani larici - era il posto dove partiva la teleferica che portava il quarzo alle Officine del Gottardo di Bodio».

 

Ci avviciniamo. Un centinaio di metri oltre il pascolo, dove la valle è chiusa da uno scalino di roccia, il torrente vien giù con una bella cascata per poi riprendere a scorrere sul falsopiano di materiali alluvionali.

 

Qui, invece, tra l’erba della radura, s’intravvedono i resti del cantiere, le fondamenta della teleferica, con gli ancoraggi di ferro arrugginito, strani buchi squadrati, forse la base di una tettoia. Lì accanto, ammucchiati, i resti della lavorazione. La quantità di minerale estratto era importante, per cui una prima cernita era fatta sul posto, evitando così di trasportare a valle troppi detriti.

 

«Qui sopra c’erano le vene di quarzo», spiega Nives, indicandomi un punto imprecisato lassù in alto, dove vedo solo bosco piuttosto fitto. «Ora non resta più niente. Nella valle c’erano altri giacimenti, che sono stati sfruttati con gli stessi impianti».

 

Sotto il limite del bosco, un incredibile muraglione, perfettamente intatto, ricoperto di erba, si allunga come lo scafo di una vecchia nave rovesciata, abbandonata lì da indicibili tempeste. A che cosa servisse non si sa. Si può solo formulare qualche ipotesi. La più plausibile è quella di un muro di protezione del cantiere. Protezione contro le valanghe? Gli scoscendimenti? Forse.ii

 

«Ho visto questa valle quand’era pascolo prelibato e poi, scomparsa la pastorizia, ho assistito all’avanzare del bosco, - ricorda Nives - grazie al lavoro volontario che i cacciatori sono tenuti a prestare per ottenere la patente, l’area è stata disboscata ed è riemerso quello che si vede adesso”.

 

I Dragoi è così diventata una zona di svago, adatta a una piacevole e istruttiva escursione. Ci sono i prati, il fiume e anche i più piccoli possono giocare senza nessun pericolo.

 

Oggi, dell’attività mineraria in val Nadro, rimangono solo un vago ricordo e la grande muraglia, una prua granitica protesa verso il cielo, eretta a difesa degli operai e della lunga teleferica, pare avesse un carrello ogni cento metri, che portava il materiale verso il piano.

 

Non sono stati i primi, gli uomini delle Officine del Gottardo, a interessarsi al quarzo della regione. Nel 1736, ai margini del villaggio di Personico viene aperta una vetreria.Situata allo sbocco della Val d’Ambra, la fabbrica sfrutta l’energia idrica e il legname tagliato sulla montagna e inviato a valle per fluitazione sul riale Rierna, al cui sbocco si possono scoprire ancora i buchi nella roccia dove c’era il cosiddetto «rastello», sbarramento costruito per bloccare i tronchi portati dall’acqua. Il sìlice, contenuto nel quarzo della sabbia del fiume, viene invece utilizzato per produrre i manufatti di vetro. La fabbrica, che «produce solo vetro scadente» iii, continua la sua attività a singhiozzo fino alla metà dell’800, quando è costretta a chiudere i battenti e la produzione è trasferita definitivamente in Italia, ricalcando così il destino di un’altra vetreria, quella di Lodrino, .iv

Note

 

Carlo Taddei, Dalle Alpi Lepontine al Ceneri, Istit. Ed.Ticinese, Lugano – Bellinzona, 1937

ii Osservando le fotografie aeree degli anni Trenta, si nota tutta la zona priva di vegetazione (lo sarà ancora nelle immagini del 1977 reperibili in www.map.geo.admin.ch). Dai versanti della montagna si vedono anche frane e scoscendimenti.

iii «L’uso di recipienti per bere di terracotta, comune tra il popolino dell’alta Italia, riduce la richiesta di vetro più raffinato. Ancor più ridotta è la richiesta di vetro per finestre, perché nelle case dei contadini le finestre sono di carta e le finestre di vetro si trovano soltanto nelle abitazioni dei più ricchi…» Cfr. Hans Rudolf Schinz, Descrizione della Svizzera italiana nel Settecento, Edizione Dadò, Locarno, 1985

 

iv Per saperne di più, il bel libro di Flavio Bernardi e Giulio Foletti, Le vetrerie di Personico e di Lodrino. Manifatture in una vallata alpina tra il XVIII e il XIX secolo, Edizioni Jam, Prosito, 2005