Una palma Coco de Mer

Il prezioso e fragile ambiente delle Seychelles

Ecosistemi - In agguato pesanti minacce: dalle attività umane alle specie invasive, dai mutamenti climatici allo sbiancamento dei coralli
/ 11.09.2017
di Marco Martucci, testo e fotografie

Al primo piano del museo, la scolaresca è intenta a ritagliare tartarughine di carta colorata e a disegnare bianche spiagge, palme, mangrovie popolate da pesci, granchi e uccelli. Siamo al Seychelles Natural History Museum a Victoria, capitale della Repubblica delle Seychelles: «Il Museo è piccolo – mi spiega la direttrice – ma siamo consci del suo importante contributo educativo alla conoscenza e al rispetto del nostro meraviglioso, prezioso e fragile ambiente». 

Le Seychelles hanno paesaggi incantevoli; le spiagge ombreggiate da alberi frondosi e palme da cocco, con sabbia bianca fine come talco esistono davvero, meglio ancora delle cartoline. In più: una ricca vita sottomarina, montagne, fitte e umide foreste, e profonde valli incise da torrenti. Ma ogni cartolina ha due facce: dietro tutta questa magnificenza stanno in agguato pesanti minacce, dalle attività umane alle specie invasive, dai mutamenti climatici allo sbiancamento dei coralli, tutto concorre a mettere in pericolo i fragili e delicati equilibri naturali di questo ambiente unico al mondo. 

Consapevole della vera, unica ricchezza delle Seychelles, la natura, il governo favorisce la protezione dell’ambiente e forme di turismo naturalistico e sostenibile, un impegno ancorato perfino nella costituzione. La giovane Repubblica delle Seychelles si estende su una vastissima superficie, oltre un milione e trecentomila chilometri quadrati, trentatré volte la Svizzera, una bella fetta di Oceano Indiano poco a sud dell’Equatore. Le terre emerse, piccola porzione di 450 chilometri quadrati, sono distribuite su 115 isole e nella maggiore, lunga venti chilometri e larga cinque, vive la quasi totalità dei 90mila abitanti: qui si trova la capitale Victoria. 

Una quarantina di isole, le interne o granitiche, dove vive la maggior parte della popolazione, sono costituite da granito continentale di oltre 650 milioni di anni, parte dell’antico supercontinente Gondwana. Nella deriva dei continenti, le Seychelles si sono spostate insieme all’India verso nord e, da 65 milioni di anni, sono isolate in mezzo all’Oceano indiano. Il lungo isolamento spiega la relativa povertà di specie presenti sulle isole ma d’altra parte è la ragione dell’esistenza di numerose specie endemiche, esclusive delle Seychelles. 

Le altre isole, le coralline o esterne, praticamente disabitate, sono molto disperse, di formazione più recente e rappresentano la parte emersa di vasti banchi corallini, spesso caratterizzati da grandi lagune. Nel 1609 un vascello della Compagnia delle Indie Orientali approdò accidentalmente in una delle isole granitiche e al suo equipaggio dobbiamo la prima descrizione della natura delle Seychelles: a parte i grandi feroci coccodrilli, ecco un paradiso di foreste, noci di cocco, acqua fresca, tartarughe. 

I primi insediamenti stabili risalgono al 1770. Di fronte a un territorio vergine e disabitato, s’iniziò a dissodare, a coltivare, ad abbattere alberi e a costruire, giunsero piante e animali estranei, cani, gatti, maiali, galline e ratti, che entrarono in competizione con le specie autoctone creando un problema che esiste tuttora. Il coccodrillo fu sterminato e anche le grandi tartarughe non ebbero vita facile. 

Sull’isola di Silhouette, una granitica un po’ particolare perché formata da roccia vulcanica meno antica, c’è un solo albergo, ai piedi di un’alta montagna coperta da foresta equatoriale originaria. L’isola e le acque circostanti sono Parco marino nazionale – mi raccontano tre giovani collaboratori di ICS, Island Conservation Society, una delle ONG che conduce progetti di conservazione della natura. Si occupano attivamente della protezione delle poche decine di superstiti di una delle più rare specie di pipistrelli al mondo, endemica come le tre altre specie dell’atollo di Aldabra e il grande pipistrello delle Seychelles, che si nutre di frutta, ha un’apertura alare di oltre un metro e si vede facilmente al tramonto. I pipistrelli sono gli unici mammiferi terrestri autoctoni delle Seychelles. Gli altri, come i conigli, il tenrec del Madagascar e i ratti, sono tutti stati introdotti. 

Durante una breve escursione fra spiaggia e foresta, si vedono la barriera corallina e i frammenti di coralli sulla finissima sabbia, che nasce anche grazie a un tipo di pesce, fra l’altro molto saporito: il pesce pappagallo che si nutre raschiando da rocce e coralli il suo nutrimento ed espelle il corallo finemente polverizzato come residuo della digestione. 

Come nel resto del mondo, i coralli soffrono per il riscaldamento degli oceani, espellono le alghe con cui vivono in simbiosi e che danno loro il colore, diventano bianchi, per cui muoiono in gran numero: i resti di corallo sbiancato sono frequenti sulle spiagge. In una laguna sotto la montagna si attraversa un ambiente a mangrovia, formato da tipiche piante con le radici che, dal tronco, s’allungano dentro l’acqua; è un ambiente prezioso che ospita molte forme di vita, fra cui i curiosi perioftalmi, pesci che escono dall’acqua e, spingendosi con le possenti pinne pettorali, si spostano sul fango e sulle radici alla ricerca di cibo. 

Fino a non molti decenni or sono, l’isola era proprietà della famiglia Dauban, francesi d’origine mauriziana, che coltivavano noci di cocco, vaniglia e cannella e, nell’Ottocento, facevano lavorare gli schiavi. Qui piantarono per il loro sostentamento un filare di alberi del pane, tutt’ora esistenti. La memoria dei Dauban, fissata nel nome della montagna più alta, è presente nel bianco inconsueto mausoleo neoclassico dentro la foresta. La vegetazione di gran parte delle isole, ben diversa da quella che c’era prima dell’arrivo dell’uomo, resta abbastanza naturale sulle alture. Più in basso, molte piante che s’incontrano non sono autoctone, ma provengono da fuori, come in tutte le zone tropicali e non solo, introdotte per la coltivazione e come ornamentali. 

Un problema molto serio, forse la minaccia più grave alla biodiversità e alle specie endemiche, è proprio la presenza di animali e piante esotici, in parte diventati invasivi e per i quali sono state condotte e sono ancora in corso azioni di contenimento: la cannella, sfuggita dalle coltivazioni, è una delle piante più invasive. 

Le Seychelles ospitano due siti classificati Patrimonio mondiale dell’umanità. Sono la Vallée de Mai e l’atollo di Aldabra. Il primo è sull’isola di Praslin, fa parte dell’omonimo Parco Nazionale ed è facilmente raggiungibile. Il secondo si trova a oltre mille chilometri di distanza. Sono entrambi gestiti dalla Seychelles Islands Foundation, un’organizzazione indipendente in stretto contatto con l’amministrazione locale. Chi per primo giunse nella Vallée de Mai credette di essere arrivato nel Paradiso terrestre e, in effetti, l’esuberanza della vegetazione, i torrenti e le cascate sono impressionanti. 

La Vallée de Mai è famosa per due specie endemiche, il pappagallo nero, Coracopsis barklyi, uccello nazionale delle Seychelles e, soprattutto, la grande palma Coco de Mer, Lodoicea maldivica che, nonostante il suo nome specifico, non ha nulla a che fare con le Maldive. Allo stato naturale, vive solo sulle isole Praslin e Curieuse e in nessun’altra parte del Pianeta. 

La Vallée de Mai, ciò che resta delle vaste primitive foreste, ne ospita circa seimila, insieme a cinque altre specie di palma endemiche. Alta più di 35 metri, produce semi di oltre 18 chilogrammi che sono i più pesanti del mondo. Hanno una forma particolare che, a seconda delle fantasie di ciascuno, evoca quella di un fondoschiena o di un pube, da cui deriva il nome popolare di «coco fesse», che ha dato origine a fantasiose leggende. I semi, diversamente da quelli delle altre palme da cocco, non galleggiano e per questo il Coco de Mer c’è solo alle Seychelles dove si è evoluta in completo isolamento. Il nome «maldivica» deriva dal fatto che alcuni semi, non più vitali e dunque incapaci di germogliare, più leggeri, possono essere trasportati dalle correnti oceaniche. In tal modo, giunsero anche sulle spiagge delle Maldive, dove mercanti arabi li diffusero come rari e costosissimi prodotti, che vantavano miracolose proprietà. 

La palma Coco de Mer, chiamata così perché si pensava nascesse in fondo al mare, è pianta dioica, ha cioè sessi separati su due palme differenti e solo quella femminile produce le noci; il fiore maschile ha anch’esso una forma curiosa, in cui si può immaginare un membro virile. Insomma, il Coco de Mer ha tutti i numeri per diventare oggetto di collezione e per questo la sua esportazione è regolata da severe leggi. 

Molto lontano da Praslin, l’isolato atollo di Aldabra ospita, unico al mondo, una popolazione di circa centomila tartarughe giganti, Aldabrachelys elephantina che, in cattività, si trovano un po’ su tutte le altre isole. Dopo aver rischiato l’estinzione, le tartarughe, anche grazie al grido d’allarme di Charles Darwin, sono oggi protette. Un progetto dell’Università di Zurigo, coordinato dalla Seychelles Islands Foundation, sta studiando questo unico ecosistema che, in uno spazio tanto esiguo – mi dice il ricercatore Dennis Hansen – riesce quasi incredibilmente a mantenere in equilibrio un così elevato numero di animali tanto grandi.