Il bianco e il rosso di Agra

Reportage - Un viaggio indiano tra i marmi del Taj Mahal e l’arenaria del forte militare, da un pegno d’amore a una prigione con vista
/ 03.12.2018
di Simona Dalla Valle, testo e foto

Le scarse condizioni delle strade rendono il percorso da Delhi ad Agra scomodo e lento. A differenza delle ampie e scorrevoli corsie autostradali del mondo occidentale, infatti, nelle autostrade indiane sono frequenti incroci, passaggi a livello, mandrie di mucche o altre bestie che attraversano, all’improvviso, tratti con una sola corsia. Buche enormi, a pochi metri l’una dall’altra, fanno sobbalzare il veicolo. Spesso è necessario muoversi a zigzag tra camion, mucche, pedoni e motorini e a volte il traffico va in tilt a causa di un incrocio o di un mezzo con un carico enorme che occupa l’intera carreggiata.

Dopo un percorso quantomeno impegnativo anche l’arrivo nel caos di Agra è di grande sollievo. La città è grande e non particolarmente affascinante, ma ospita alcune tra le principali meraviglie del mondo. Il Taj Mahal è la più famosa e accoglie ogni anno circa otto milioni di turisti dall’India e da tutto il mondo. Patrimonio dell’umanità dal 1983, nel 2007 inserito nella lista delle sette meraviglie del mondo, il mausoleo fu fatto costruire nel 1632 dal primo imperatore della dinastia moghul Shah Jahan in memoria di Arjumand Banu Begum, la moglie da lui preferita, più nota come Mumtaz Mahal (in persiano, «la luce del palazzo»). Secondo una credenza generale il nome Taj Mahal (il cui significato letterale è «Palazzo della Corona» oppure «Corona del Palazzo») non è altro che una versione abbreviata del nome di Mumtaz. Mumtaz morì nel 1631 dando alla luce il quattordicesimo figlio dell’imperatore e l’ultimo suo desiderio era che il marito costruisse una tomba in sua memoria. E grazie all’amore dell’imperatore anche noi possiamo godere di tale capolavoro.

I lavori di costruzione del mausoleo, iniziati nel 1632, durarono 22 anni per concludersi nel 1654. Tra le 20mila persone che vi presero parte si contano anche numerosi artigiani provenienti dall’Europa e dall’Asia Centrale, tra i quali anche l’artista italiano Geronimo Veroneo.

Il Taj Mahal fu costruito utilizzando materiali provenienti da ogni parte dell’India e dell’Asia, trasportati per mezzo di oltre un migliaio di elefanti e bufali. Il marmo bianco era originario di Makrana, il diaspro del Punjab, la giada e il cristallo, dalla Cina. I turchesi furono portati dal Tibet e i lapislazzuli dall’Afghanistan, gli zaffiri dallo Sri Lanka e la corniola dall’Arabia. In tutto furono incastonati nel marmo bianco 28 diversi tipi di pietre preziose e semi-preziose, per un costo complessivo di circa 32 milioni di rupie.

L’unico materiale locale a essere utilizzato fu l’arenaria rossa che decora le diverse strutture del complesso. Le impalcature, anziché in bambù (come era tradizione in quelle zone) furono realizzate in mattoni e al termine dei lavori fu previsto che lo smantellamento delle stesse avrebbe richiesto oltre cinque anni. Secondo la tradizione, l’imperatore stabilì che chiunque avrebbe potuto prendere per sé i mattoni dalle impalcature e l’intera area fu liberata in una sola notte.

I lavori di costruzione furono finanziati grazie ai proventi della vendita del salnitro, componente per la fabbricazione della polvere da sparo, oggetto di ingenti acquisti da parte dei paesi europei all’epoca impegnati nella Guerra dei trent’anni.

Negli ultimi anni il Taj Mahal ha dovuto affrontare il problema dell’ingiallimento delle pareti e delle macchie verdi e marroni dovute tanto alle sostanze nocive prodotte dal traffico quanto agli insetti che si sollevano dal vicino fiume Yamuna. Al fine di risolvere questo problema la struttura è sottoposta a periodici lavaggi a base di fango e argilla commissionati dal Governo indiano. Una legge vieta di costruire industrie inquinanti nell’area attorno al Taj Mahal e dal gennaio 2018 gli ingressi giornalieri sono stati limitati a 40mila.

Il mausoleo è l’unico edificio interamente rivestito di marmo bianco: gli altri hanno solo alcuni elementi decorativi di questo materiale, ma sono rivestiti quasi totalmente di roccia arenaria rossa locale. 

L’arenaria rossa è il materiale principale utilizzato anche per la costruzione del Forte di Agra, struttura meno famosa del Taj Mahal ma di mastodontica bellezza e ancora una volta legata al nome dell’imperatore Shah Jahan. Fu infatti il padre Akbar a iniziare l’ambiziosa costruzione, che terminò nel 1573. Situato a circa 2,5 km a nord-est del Taj Mahal il Forte, anch’esso inserito nella lista dei patrimoni UNESCO e conosciuto anche come Lal Qila o Forte Rosso, aveva la duplice funzione di punto strategico militare e di residenza degli imperatori moghul fino al 1638, anno in cui la capitale della dinastia fu spostata da Agra a Red Fort a Delhi, comportando una notevole riduzione dell’importanza della città di Agra.

Ci vollero otto anni di lavoro e la manodopera di oltre un milione di persone per costruire il complesso originario, al quale Shah Jahan aggiunse la moschea, e dal successore Aurangzeb che completò la costruzione con l’aggiunta di bastioni esterni. Salito al potere nel 1658, Aurangzeb imprigionò Shah Jahan nella raffinata torre ottagonale del forte, detta «Musamman Burj», per otto anni. Da questa torre si gode di una vista meravigliosa sul Taj Mahal e secondo la leggenda Shah Jahan morì ammirando la tomba dell’amata Mumtaz. 

Il forte, una vera e propria cittadella di 380mila metri quadrati sulla riva occidentale del fiume Yamuna, è protetto da un complesso di mura a forma di mezzaluna alte 20 metri. I massicci bastioni circolari sono intervallati da merlature, feritoie e caditoie e ognuno dei quattro lati della struttura è dotato del proprio accesso. All’interno vi è un labirinto di edifici con vaste sezioni sotterranee e ampi giardini: una vera e propria città all’interno della città nella quale molte delle strutture furono distrutte nel corso degli anni da Nadir Shah, dai maratha, dai Jat e infine dagli inglesi, che hanno utilizzato il forte come presidio. Ancora oggi gran parte del forte è utilizzato dai militari e l’accesso al pubblico è quindi limitato.