Corso di scrittura

A scuola  di viaggio
Un nuovo laboratorio con Scuola Club Migros Lugano

Il laboratorio dedicato all’arte di viaggiare, proposto da Scuola Club Migros Lugano in collaborazione con «Azione», sta diventando un appuntamento regolare per i nostri lettori (che hanno uno sconto sull’iscrizione!), dopo che i primi partecipanti ne hanno parlato con entusiasmo. È un’esperienza divertente e coinvolgente, perfetta per chi vuole migliorare come viaggiatore.Anche «Turné Soirée», il popolare programma del sabato de La 1, gli ha dedicato un servizio in prima serata.L’insegnante sarà Claudio Visentin, curatore della nostra rubrica «Viaggiatori d’Occidente». Il laboratorio inizierà spiegando come progettare un viaggio interessante, come prendere appunti strada facendo, come rielaborare quanto visto dopo il ritorno a casa. In seguito approfondiremo la scrittura di viaggio nelle sue diverse forme, dal racconto al reportage, alternando testo e immagini, anche con alcuni divertenti esercizi.Il laboratorio è aperto a tutti: sono benvenuti i principianti al pari di chi ha già qualche esperienza di scrittura.Il laboratorio si svolgerà sabato 2 dicembre 2017, ore 9.00-12.00 e 13.00-16.00, presso la Scuola Club Migros Lugano, via Pretorio 15.Il costo dell’iscrizione è di CHF 144.– (con uno sconto del 10% a chi porterà o citerà Azione al momento dell’iscrizione); inoltre a ogni partecipante verrà donato il taccuino della Scuola Migros.Il corso è a numero chiuso (massimo 12 partecipanti, in ordine d’iscrizione sino a esaurimento dei posti disponibili). È possibile iscriversi presso la segreteria della Scuola Club Migros Lugano per telefono (091 8217150), via posta elettronica (scuolaclub.lugano(at)migrosticino.ch) o direttamente sul sito internet www.scuola-club.ch.


www.passportindex.org
 

Hai il passaporto giusto?

Viaggiatori d’Occidente - Una recente ricerca mette a confronto i documenti necessari per attraversare le dogane del mondo
/ 13.11.2017
di Claudio Visentin

Un amico smarrisce il passaporto alla vigilia di un lungo viaggio internazionale e, prima di ritrovarlo, attraversa momenti di comprensibile agitazione. Un altro fatica a ottenere il permesso di entrare negli Stati Uniti per via di un viaggio in Iran di qualche anno fa… Potremmo immaginare un viaggiatore senza passaporto? Eppure fino a un secolo fa non era così.

Prima del 1915 il governo britannico non richiedeva un passaporto per lasciare il Paese, né alcuno Stato europeo lo domandava a chi arrivava, tranne due Paesi notoriamente retrogradi quali la Russia e l’Impero ottomano. Nel primo dopoguerra prese forma un mondo nuovo e il passaporto fu il suo certificato di nascita. Le frontiere si moltiplicavano, specie nell’Europa dell’est; i numerosi Stati sorti dalle ceneri degli imperi si guardavano in cagnesco e volevano sapere tutto di chi bussava alla loro porta. Per questo il passaporto, introdotto negli anni di guerra, fu conservato anche dopo il ritorno alla pace.

«Mai più tanta innocenza», aveva scritto il poeta Philip Larkin allo scoppio della Grande guerra. I viaggiatori inglesi, abituati a muoversi nel mondo in piena libertà, faticavano a farsene una ragione. Lo scrittore Norman Douglas, innamorato dell’Italia, lamentava il «fastidio del passaporto». Per cominciare il passaporto richiedeva una fotografia del soggetto, trasformando così un’espressione artistica in uno strumento della burocrazia. Bisognava poi indicare il luogo e la data di nascita, l’altezza, il colore dei capelli e degli occhi (ma, curiosamente, non il peso) e naturalmente la professione. Era un ulteriore passo avanti nel cammino della modernità. L’individuo si trasformava in una serie di numeri anonimi: l’assistenza sanitaria, la cartella delle tasse, la patente e la targa dell’auto, la carta d’identità…

Presto le nostalgie degli scrittori dovettero lasciare il passo a questioni molto più urgenti. Dopo la vittoria dei bolscevichi, Lenin revocò la cittadinanza a ottocentomila russi fuggiti dal Paese; ad essi si aggiungevano gli armeni sopravvissuti al genocidio ottomano. Che fare di questi popoli senza più una patria? La soluzione fu trovata da Fridtjof Nansen, un diplomatico norvegese con un passato da esploratore polare. Nansen propose alla Società delle Nazioni – il precursore delle Nazioni Unite – di creare uno speciale passaporto per chi ne era sprovvisto. Nel 1923 trentanove governi riconobbero il «Passaporto Nansen», vent’anni dopo erano già cinquantadue. Il passaporto Nansen fu utilizzato da circa 450mila profughi per sfuggire alle persecuzioni, trovare lavoro, riunirsi alle loro famiglie: tra loro lo scrittore Vladimir Nabokov, il compositore Igor Stravinksy, il pittore Marc Chagall, la ballerina Anna Pavlova, il fotografo Robert Capa, l’armatore Aristotele Onassis.

Con la Convenzione di Schengen (1990, in vigore dal 1995) l’Europa è tornata alla libera circolazione dei suoi tempi migliori ma il problema dei passaporti rimane su scala internazionale; anzi, per molti aspetti, la situazione sembra peggiorare. Per cominciare, non tutti i passaporti sono uguali. Il Passport Index (www.passportindex.org) mette a confronto il potere dei passaporti dei diversi Stati, considerando il numero di Paesi dove è possibile recarsi senza visto (o con un semplice visto all’arrivo). In testa alla classifica dei passaporti più potenti c’è Singapore (159), dopo che il Paraguay ha revocato la richiesta di visto per chi viene da quello Stato. È la prima volta che un Paese asiatico domina la lista, scalzando dalla prima posizione la Germania. Seguono Svezia, Corea del Sud e molti dei principali Stati europei a pari merito. La Svizzera è in una rassicurante quinta posizione: 155 Paesi sono lieti di accogliere i nostri viaggiatori senza troppe formalità. Vanno invece peggio gli Stati Uniti di Trump, dopo che la Turchia e la Repubblica Centrafricana hanno deciso di richiedere il visto agli statunitensi.

La situazione cambia completamente se passiamo dall’altra parte del Mediterraneo. Solo cinquantasette Paesi accettano viaggiatori dal Marocco senza chiedere il visto. E simile è la situazione di Algeria (46), Tunisia (62), Egitto (50). La Libia fa peggio di tutti (37, poco meglio dell’Iraq a 26), ma neppure troppo se si considera l’instabilità politica del Paese. Per esempio la Somalia (33), l’Eritrea (38) e l’Etiopia (39) avrebbero qualche legittima ragione di lamentarsi del confronto.

Per questo alcuni ricchi uomini d’affari cercano di acquistare a caro prezzo la cittadinanza di un altro Paese e quindi un secondo passaporto più efficace. Chiaramente in questi casi si cerca di limitare e controllare la mobilità dai Paesi di provenienza dei migranti. Nessuno dubita dei turisti occidentali e della loro volontà di ritornare a casa al termine del viaggio, in altri casi invece la frontiera tra le diverse forme di mobilità umana è più incerta e sfumata. Ma è anche vero che l’impossibilità di viaggiare legalmente a sua volta incoraggia l’illegalità.

Anche se a volte cerchiamo di negarlo a noi stessi, viviamo nel mondo globale, creato dai viaggiatori; la mobilità umana è la norma e anche se a volte ci spaventa, un ritorno al passato è impensabile. Sappiamo anche, per averlo verificato in diverse epoche e nazioni, che la mobilità umana, quando è ben gestita, arricchisce la società da ogni punto di vista: economico, sociale e culturale. Per questo servono scelte coraggiose e intelligenti, come fu il passaporto Nansen. Anche perché la mobilità umana, quando è fuori controllo, può avere conseguenze disastrose. Con un’intelligente provocazione, lo storico Michel De Jaeghere collega il crollo demografico, la maggior pressione fiscale, l’immigrazione massiccia… Siamo noi? No, come recita il titolo del suo libro sono Gli ultimi giorni dell’Impero Romano.