Incontri

Trilogia  del viaggio
Alla Rete Due RSI e alla Scuola Club di Lugano

«Il viaggio impossibile è quello che non faremo mai più, quello che avrebbe potuto farci scoprire paesaggi nuovi e altri uomini, che avrebbe potuto aprirci lo spazio degli incontri. È esistito un tempo… E noi, che cosa abbiamo fatto dei nostri viaggi e delle nostre scoperte?». Così il sociologo francese Marc Augé qualche anno fa s’interrogava malinconicamente sul significato del viaggio nel nostro tempo, per poi concludere con timide parole di speranza: «Il mondo esiste ancora nella sua diversità. …Forse uno dei nostri compiti più urgenti consiste nell’imparare di nuovo a viaggiare, eventualmente anche nelle nostre immediate vicinanze, per imparare di nuovo a vedere». 

Per sviluppare questa cruciale riflessione, Scuola Club Migros Ticino e la Rete Due RSI propongono tre incontri pubblici. Si comincia giovedì 17 gennaio 2019 alle ore 18 nello Studio 2 RSI (via Canevascini 5, Lugano-Besso) con un grande scrittore di viaggio, Paolo Rumiz, in dialogo con il pittore e orientalista Stefano Faravelli, nostro collaboratore; Claudio Visentin condurrà la serata. Si parlerà di «Il senso del viaggio nel mondo globale. Scoperte, incontri, malintesi».

La Trilogia si completerà con due altri appuntamenti, nei mesi seguenti, questa volta presso Scuola Club Migros, Via Pretorio 15, Lugano. 

■ Giovedì 21 febbraio 2019, ore 18, «Viaggio e cambiamento. Perdersi, ritrovarsi, crescere»; Andrea Bocconi dialoga con Sandra Sain.

■ Giovedì 21 marzo 2019, ore 18, «Io viaggio da sola. Storie di donne»; Alessandra Beltrame dialoga con Barbara Sangiovanni.

Gli eventi sono gratuiti. Per esigenze organizzative vi chiediamo di confermare la  vostra presenza: 091 8217150 oppure scuolaclub.lugano@migrosticino.ch


Città globali

Viaggiatori d’Occidente - L’attrazione per le metropoli cambia la geografia di chi parte
/ 07.01.2019
di Claudio Visentin

Ogni secondo nel nostro pianeta due persone si trasferiscono in città (quasi duecentomila al giorno). I primi a partire naturalmente sono i giovani. E da qualche tempo, per la prima volta nella storia del genere umano, gli abitanti delle città superano quelli delle campagne. Se continuerà così, nei prossimi vent’anni potremmo avere sette-otto miliardi di cittadini a fronte di due-tre miliardi di abitanti delle aree rurali. 

Per accogliere questa sfida, le città crescono e cambiano natura. Già negli anni Novanta del secolo scorso la sociologa Saskia Sassen parlava di «città globali»: New York, Londra, Seul, Pechino, Shanghai, Tokyo eccetera. Sono metropoli multiculturali, sempre più integrate nell’economia mondiale, sempre più simili tra loro e sempre meno rappresentate dagli Stati nazionali ai quali appartengono. Per esempio, in Inghilterra solo Londra ha votato contro la Brexit, ma ora deve comunque subirne le conseguenze; potrebbero essere pesanti per una piazza finanziaria internazionale.

Naturalmente le «città globali» sono molto diverse tra loro: Città del Messico e Lagos per esempio hanno solo alcuni aspetti in comune con Londra o Francoforte. In alcuni casi la crescita è soprattutto demografica (Lagos è già la più popolosa città africana e la terza al mondo), in altri invece si deve al rapido sviluppo di economia, finanza, nuove tecnologie. Le «città globali» crescono rapidamente perché le diverse forme di intelligenza sono a stretto contatto e interagiscono più facilmente; al tempo stesso offrono maggiori opportunità di uscire dalla povertà a individui e nazioni, grazie a una nuova economia basata su servizi, innovazione, condivisione. Tra vent’anni l’ottanta per cento della ricchezza mondiale sarà prodotta qui, ma già ora le dieci città più attive hanno un prodotto interno lordo maggiore di quello di Giappone, Francia, Germania e Italia messi insieme. 

Naturalmente questi giganteschi centri urbani, congestionati e continuamente affamati di spazio edificabile, acqua ed energia, hanno cruciali problemi di sostenibilità ambientale. L’obiettivo ambizioso è vincere le diverse sfide – cambiamento climatico, mobilità, migrazioni, innovazione digitale, disuguaglianze sociali – per diventare delle Smart City, combinando sviluppo economico sostenibile e un’alta qualità della vita.

Le «città globali» sono tra le mete turistiche più popolari. Il turismo nacque in Inghilterra nell’Ottocento per lasciarsi alle spalle centri industriali inquinati e degradati: Liverpool, Manchester, Birmingham. Era una vera fuga, sia pure limitata a poche settimane l’anno, verso mari, montagne e campagne. Tuttavia negli ultimi decenni la produzione materiale di beni si è trasferita in Cina e nelle periferie del mondo, invisibile alla maggior parte dei consumatori. Dopo la perdita delle loro produzioni industriali, le città più vivaci hanno saputo reagire e trasformarsi. Per esempio Milano, considerata irrimediabilmente in crisi negli anni Settanta, è rinata come centro di finanza, servizi, design e divertimento. Nelle maggiori città si concentra poi gran parte della vita culturale contemporanea – mostre d’arte, spettacoli, concerti eccetera – e un forte interesse per il turismo è stata la logica conseguenza di questa nuova prospettiva.

Il mondo dei viaggi contemporaneo mostra così due volti completamente diversi. Da un lato gigantesche città, viaggi più frequenti e più brevi, treni ad alta velocità e compagnie aeree low cost, attrazioni sorprendenti e parchi a tema: una nuova forma di viaggio sempre più spesso definita «Iperturismo». Dall’altro, vaste zone dimenticate dall’uomo e avviate verso una nuova condizione selvatica: così è per esempio l’Appennino italiano, tra boschi in espansione e case abbandonate, dove pochi camminatori seguono antiche vie. La preferenza per uno stile di viaggio o l’altro ha così anche un significato politico, rispettivamente di critica del progresso o di convinta accettazione della modernità.

Intravediamo solo l’inizio di questo cambiamento profondo e alcuni aspetti possono essere sorprendenti. Per esempio nelle grandi città le relazioni affettive diventano «liquide» (come le ha definite il sociologo Zygmunt Bauman) e virtuali: meno matrimoni, meno figli, più single, frequente rottura di vecchi legami per tesserne di nuovi e più gratificanti. Per reazione spesso gli individui sentono un nuovo interesse per la propria storia famigliare: tracciano alberi genealogici, tornano nei luoghi d’origine di genitori e nonni (pochi abitanti di una grande città vi sono nati), visitano archivi e riscoprono case di famiglia. Altri si affidano invece a più moderni test del DNA, per andare ancora più indietro nel tempo. 

Tracciare il profilo dei propri antenati attraverso il DNA può riservare sorprese e condurre ad angoli sconosciuti del pianeta. Diversi collaboratori della popolare guida turistica Lonely Planet si sono sottoposti al test, ecco alcune delle loro storie. Christina Webb (www.instagram.com/christinamariawebb/?hl=en) aveva sempre desiderato visitare Tallin o San Pietroburgo; ha scoperto di avere radici proprio in quelle terre (il suo DNA è 57,8% Asia meridionale, 33,6% irlandese, gallese e scozzese, 4,4% inglese, 4,2% Europa orientale). 

La famiglia di Valerie Stimac (www.valisemag.com) è invece saldamente ancorata negli Stati Uniti e nessuno sino ad allora aveva avuto notizia di antenati nella Penisola iberica (il suo DNA è 33% Europa orientale, 29% Europa occidentale, 17% Penisola iberica, 16% Europa meridionale, 4% Gran Bretagna). 

Infine. Mike Nelson (https://twitter.com/mevlow?lang=en) si è posto in cerca di un remoto antenato francese e ha trovato sue tracce nella città di Colchester, da dove la sua famiglia era emigrata negli Stati Uniti intorno alla metà dell’Ottocento per unirsi ai pionieri diretti verso il Far West (il suo DNA è 32% Europa occidentale, 67% Gran Bretagna, 1% Scandinavia). 

Almeno in questi casi, modernità e tradizione hanno trovato un punto d’incontro.