Che futuro per il mare sacro?

Reportage - Luogo di rituali ancestrali, il Lago Baikal è venerato da secoli come una divinità dalle popolazioni locali. Eppure, oggi, il suo fragile ecosistema è messo a dura prova
/ 07.01.2019
di Amanda Ronzoni, testo e foto

Russia, Siberia sudorientale. Pieno inverno. Il Baikal è un ruggito bianco di ghiaccio. Respira regolarmente, con rumori secchi e sinistri di crepe pronte a divorare chi si avventura sulla sua superficie. Per quanto insidioso, il ghiaccio che copre completamente quest’immenso bacino di acqua dolce (il più profondo del mondo con i suoi 1642 m) funziona come un’enorme calamita per chi transita sulle sue sponde. Spesso anche oltre il metro e mezzo, è in grado di sopportare il peso di auto e camion, che nella stagione invernale ne approfittano per risparmiare chilometri e ore di guida, e, invece di percorrere le strade tortuose che circondano il lago, si avventurano al largo, scivolando sulla superficie ghiacciata. È impossibile resistere alla tentazione di camminare sulle acque, seguire le crepe, le onde azzurre congelate, osservare le navi imprigionate in porto stando al largo, restare ipnotizzati dal ghiaccio nero (da qui l’appellativo di Black Baikal) che proietta su fondali remoti, perdersi tra i ricami di ossigeno intrappolato dal gelo che disegna fioriture immacolate sotto la superficie.

«Blagopoluchnyi Baikal!» («Il lago Baikal è perfetto!»), è l’esclamazione di uno scienziato russo, Slava Maksimov, intervistato qualche anno fa da Peter Thompson, veterano del giornalismo ambientale, che nel 2008 ha scritto Sacred Sea: A Journey to Lake Baikal. Come dargli torto. Almeno in questa stagione tutto sembra immacolato e la natura incontaminata.

Eppure anche il Baikal sta lottando per sopravvivere.

La nomina a patrimonio dell’umanità UNESCO nel 1996 è solo uno degli ultimi riconoscimenti e tentativi di proteggerlo. Gengis Khan, già nel XIII secolo, proibì la costruzione di edifici nell’area adiacente al lago e per parecchi secoli la regione rimase isolata, abitata solo da piccoli gruppi di nomadi buriati e mongoli. Lo zar Nicola II istituì sulle sue sponde la prima riserva naturale dell’impero russo nel 1916.

Il Dalai nor («mare sacro», per i buriati) ha un’aura mistica. È il lago più antico del pianeta (25 milioni di anni) e contiene un quinto delle riserve di acqua dolce della Terra, calcolate in circa 23mila chilometri cubi. Secondo i locali avrebbe il potere di rigenerarsi e ripulirsi persino dai tentativi di inquinamento dell’uomo, dimostrando una capacità di resilienza fuori dal comune. Ci sono punti dove l’acqua è così trasparente che si riesce a vedere il fondale a 40 metri e la sua formula è ancora purissima. Tuttavia, nonostante rappresenti un bacino di biodiversità incredibile (tanto da meritarsi il titolo di Galápagos della Russia), con circa 1400 specie animali, 60 di pesci e un migliaio di piante, di cui buona parte endemiche, a partire dagli anni Sessanta il lago fu chiamato a fare la sua parte per accrescere la produttività della madrepatria dall’allora premier Nikita Khrushchev che, al grido di «Anche il Baikal deve lavorare», autorizzò la costruzione di impianti industriali sulle sue rive, tra le quali, particolarmente impattante in termini ambientali, una cartiera.

Ovviamente questo, insieme all’incremento di attività turistiche, sta mettendo a dura prova la capacità auto-rigenerante del Baikal. Al di là di miti e leggende, fonte di questo misterioso potere pare sia un essere minuscolo, l’Epischura baikalensis, un gambero che da solo rappresenta circa l’80%-90% della biomassa del lago, creando un formidabile sistema filtrante. O così si credeva: in realtà secondo recenti studi, più che filtrare, trasferisce gli agenti contaminanti al resto della catena alimentare. Ad ogni anello di questa catena la concentrazione degli inquinanti peggiora. La moria delle foche del Baikal, le nerpa (Pusa sibirica), una specie endemica del lago, è sospetta e i ricercatori hanno scoperto nell’organismo di questi piccoli pinnipedi gli stessi livelli di inquinamento che si riscontrano nelle foche delle regioni più inquinate del Baltico.

Se si considera che l’omul (Coregonus migratorius), pesce endemico del lago, da secoli una fonte di cibo primaria per gli abitanti della regione, è ancor oggi molto apprezzato come specialità locale e viene esportato in altre regioni, si intuisce la pericolosità della situazione anche per l’essere umano.

Un paio di anni fa, l’Istituto Limnologico della divisione siberiana dell’Accademia delle Scienze russa ha lanciato un altro allarme. I liquami provenienti da hotel e campeggi lungo le rive del lago non vengono adeguatamente depurati, con il risultato che i campionamenti fatti mostrano altissimi livelli di contaminazione chimica e microbiologica, inclusi ovviamente materiale fecale. A beneficiarne È la Spirogyra, un’alga filamentosa non ramificata che sta soffocando e soppiantando le specie endemiche, tra cui la preziosa Lubomirskia baicalensis, una spugna, anch’essa ritenuta fondamentale per il processo di bio-purificazione delle acque.

Se in estate ci sono pile di alghe marce maleodoranti che si accumulano sulle rive e offuscano la superficie del lago, turisti chiassosi e un gran via vai di auto, Uaz e barche, che vanno avanti e indietro per i luoghi culto di quello che si avvia ad essere turismo di massa, in inverno il Baikal sembra trovare di nuovo la pace e tornare al suo antico, maestoso splendore. La morsa del gelo tiene a bada l’uomo, con temperature che di giorno vanno dai –15°C ai –25°C, e di notte scendono anche sotto i –30°C.

Nei villaggi buriati che costellano il lago la vita segue ancora ritmi e rituali che a noi sembrano molto lontani. Gli sciamani sono ancora un punto di riferimento. E oggi sono convinti che la crisi del lago Baikal sia dovuta alla collera degli spiriti. Nel 2017, per scongiurare la siccità che affligge da qualche anno alcune regioni, si sono radunati per compiere sacrifici rituali e intercedere come fanno da generazioni tra il mondo del soprannaturale e quello degli uomini. Arrivano da luoghi diversi, ognuno ha i suoi spiriti guida e le sue credenze, ma tutti hanno la stessa visione: un mondo dove si respiri aria pulita e si beva acqua fresca, in ossequio alle tradizioni dei propri antenati e senza sovvertire le regole della natura.