Bussole - Inviti a letture per viaggiare

Lettere da un esilio asiatico 

«È un surrogato del globo questo dormitorio di uegughì, di stranieri, venuti qui dalla Tanzania alla Georgia e dal Messico all’Indonesia per divulgare versioni disossate della loro lingua. Arrivano qui con le vene striate di vaccini, perché la Corea del Sud non se la immaginano e allora sono partiti inquieti, hanno addirittura fatto delle iniezioni specialissime, introvabili nella loro città… E così partono indeboliti, trascinandosi dietro una valigia ripiena di grammatiche e medicine...».
«Ma col dottorato in Italia che ci faccio?» La risposta è scontata. Meno ovvia però la decisione di trasferirsi in un’università coreana, in una piccola cittadina appena sotto Pyongyang, e di restarci per quattro anni insegnando italiano.  
Come si racconta l’Oriente? Tradizioni ancora vive e modernità tecnologiche (Samsung, Kia, Hyundai) si intersecano in forme imprevedibili, anche senza contare il segno lasciato dalla storia in un Paese dimezzato dalle guerre del Novecento. Gli altri stranieri nel dormitorio universitario – ciascuno insegnante della propria lingua, che nessuno capisce, e stereotipo della propria cultura – sono anch’essi specchi offuscati, solitudini in cerca di un dialogo, accomunati soltanto da un dato negativo, il non essere coreani.
Ma prima di affrontare i massimi sistemi occorre sopravvivere, tentando faticosamente di comunicare in un inglese che pochi capiscono o anche solo imparando a riconoscere un supermercato guidati dai disegni di cavoli, pesci e mele attaccati alle porte scorrevoli. Verrà poi il tempo di conoscere meglio la lingua (Hangul) di un Paese mutevole, non a caso sedotto più di ogni altro dalle promesse della chirurgia plastica. È un percorso raccontato in una serie di email lanciate verso il Paese natio come messaggi in una bottiglia.

Bibliografia
Maria Anna Mariani, Dalla Corea del Sud. Tra neon e bandiere sciamaniche, Exòrma, 2017, pp. 168, € 14,90.

 

 


Anche la pizza è protetta

Viaggiatori d’Occidente - La Lista del patrimonio immateriale UNESCO è un’ottima ispirazione per esplorazioni fuori rotta
/ 25.12.2017
di Claudio Visentin

«Hey, dico a voi! Che ne direste di passare le vacanze di Natale in famiglia?». Uno slancio di generosità del sistema informatico ha messo in ginocchio American Airlines. Improvvisamente la più grande compagnia aerea del mondo (duecento milioni di passeggeri trasportati nel 2016) si è trovata in grave difficoltà a gestire quindicimila partenze in uno dei periodi più trafficati dell’anno e ha dovuto fare ponti d’oro ai suoi piloti per convincerli a tornare in servizio. Invece Alaska Air-lines ha offerto l’imbarco prioritario a chiunque si fosse presentato al gate indossando uno di quei terribili maglioni natalizi con disegni di renne e abeti…

Ma queste e altre curiosità di fine anno sono passate in secondo piano dinanzi alla notizia dell’inclusione della pizza napoletana nella Lista UNESCO del Patrimonio immateriale dell’umanità.

La pizza, a dire il vero, è ormai un cibo universale per eccellenza, di casa alle più diverse latitudini. Strada facendo la ricetta originale è stata reinventata mille volte. Sapete per esempio che quando ordinate una pizza hawaiana state in realtà chiedendo una specialità canadese inventata da un greco? Correva infatti l’anno 1962 quando Sam Panopoulos, emigrato nell’Ontario, cominciò a proporre la pizza in Canada ed ebbe la stravagante idea di aggiungere l’ananas sciroppato in una pizza al prosciutto. Conoscete un miglior esempio di globalizzazione? Per inciso la proposta ha avuto parecchia fortuna, soprattutto in… Australia.

Ma noi stiamo piuttosto dalla parte del presidente dell’Islanda Guðni Thorlacius Jóhannesson. Quando visitando una scuola ha scoperto che la pizza hawaiana era il piatto preferito dagli alunni ha sostenuto –scherzando – che dovrebbe essere vietata per legge. Ne è nato un simpatico scambio di battute sui social network con l’hastag #pineappleonpizza, in cui è stato coinvolto anche il primo ministro del Canada Justin Trudeau. Di certo la pizza hawaiana ha trovato molti difensori e d’altronde c’è chi fa anche peggio: dopo tutto esistono pizze alle banane, al curry, alla carne di canguro, di pecora, di renna o di coccodrillo... Gli italiani (con 7,6 chili di pizza all’anno) non sono neppure i principali consumatori al mondo; gli americani quasi li doppiano, con 13 chili a testa.

Per tutte queste ragioni il patrocinio UNESCO non è stato concesso alla pizza, quanto piuttosto a tutto quel complesso di gesti, storie e canzoni che ne accompagnano la preparazione: l’arte del pizzaiuolo insomma (a Napoli sono tremila), che fa roteare l’impasto in aria per ossigenarlo prima di aggiungere pomodoro, mozzarella, basilico e… stop. Parliamo infatti soprattutto della pizza Margherita, la pizza per eccellenza, inventata a Napoli nel 1889 in onore della regina Margherita riproducendo negli ingredienti i colori della bandiera italiana. Ma forse meritava un riconoscimento speciale anche la meravigliosa «pizza a portafoglio» (piegata due volte), il caratteristico street food napoletano.

Il riconoscimento alla pizza napoletana è giunto nel corso dell’annuale riunione del Comitato UNESCO, tenutasi nell’isola di Jeju, Corea del sud. Questa lista del Patrimonio immateriale dell’umanità fu creata nel 2003, quando ci si rese conto che l’UNESCO applicava criteri troppo occidentali; non a caso l’Italia occupa il primo posto nella principale e più conosciuta lista, quella dedicata ai beni materiali culturali o naturali. Questo elenco però è poco interessante per il viaggiatore perché comprende soprattutto monumenti molto famosi e spesso minacciati dal turismo di massa. In compenso la lista del patrimonio immateriale è una meravigliosa fonte d’ispirazione per viaggi fuori dalle vie battute.

Si contano ormai 470 voci in 117 Paesi e solo in quest’ultima sessione sono state approvate 33 nuove proposte. Poche quelle già conosciute, come la festa del Kumbh Mela in India, un pellegrinaggio di massa indù. Più spesso è una scoperta. Per esempio in Arabia Saudita gli elaborati affreschi (al-Qatt al-Asin) dipinti dalle donne nelle stanze degli ospiti; una pratica che rafforza la solidarietà femminile. Oppure l’arte di costruire barche (Pinisi) nel Sulawesi meridionale. In Kazakistan troviamo un gioco di strada per bambini (Assik): lanciando un osso di pecora si cerca di far cadere quelli degli avversari. L’intera carcassa di una capra è invece contesa dai cavalieri di due squadre nel popolare Kok boru in Kirghizistan: si segna un punto gettandola nella porta dell’avversario. Affine è il Chogān iraniano, anch’esso incluso nella lista.

Nelle ultime selezioni gli Stati occidentali sono sempre più presenti, tutelando tradizioni minacciate dalla modernità. In questa occasione un riconoscimento è toccato alle feste di primavera in Bulgaria, Macedonia, Moldavia e Romania; alla danza popolare greca Rebetiko; ai suonatori di cornamusa irlandesi (Uilleann Piping) così come alla fabbricazione di organi in Germania. Nel caso della Svizzera è stata sottolineata la dimensione satirica e di preziosa critica sociale del Carnevale di Basilea, il più importante del Paese, con le sue parate, i suonatori e le lanterne.

Apertura mentale, piacere della diversità, celebrazione della bellezza della tradizione. Questo è lo spirito della Lista UNESCO del patrimonio immateriale dell’umanità, questo il fondamento della nostra passione per il viaggio.