Dove e quando
Il paradiso di Cuno Amiet, Mendrisio, Museo d’Arte. Orari: ma-ve 10.00-12.00; 14.00-17.00;  sa-do 10.00-18.00; lunedì chiuso. Fino al 28 gennaio 2018.

Autoritratto in rosa (Selbstbildnis in Rosa) 1907 (Collezione privata © M. + D. Thalmann, Herzogenbuchsee – Crediti fotografici: SIK-ISEA, Zurigo (Philipp Hitz))

Autoritratto con la moglie (Selbstbildnis mit Gattin) 1899, (Collezione Città di Lugano © M. + D. Thalmann, Herzogenbuchsee Crediti fotografici: Archivio fotografico della Fondazione Mus. d'arte CH it., Lugano)


Un Paradiso per Cuno Amiet

A Mendrisio fino a fine gennaio un’imperdibile retrospettiva dell'artista svizzero
/ 08.01.2018
di Eliana Bernasconi

70 dipinti e 15 opere su carta provenienti dalla Fondazione Amiet di Oschwand e dai maggiori istituti museali svizzeri e ticinesi formano la mostra che sta avendo il più grande successo di questi ultimi anni al Museo d’Arte di Mendrisio, parola della curatrice Barbara Paltenghi Malacrida. Si tratta della prima mostra che viene dedicata  ad Amiet in ambito culturale italiano, e questo ha convinto i musei svizzeri a partecipare al progetto.

La mostra è frutto di un lavoro di più di due anni, oltre a Barbara Paltenghi Malacrida e Simone Soldini, hanno curato il catalogo ragionato Franz Müller, autore di importanti saggi critici, e Aurora Scotti, fra i maggiori studiosi del divisionismo italiano e della pittura tardo ottocentesca. Continua la curatrice: «La mostra è nata come una retrospettiva: poiché il nostro è un museo piccolo cerchiamo di concentrarci su aspetti inediti non ancora affrontati nei grandi artisti; con Amiet eravamo partiti dal tema del Paradiso, rendendoci presto conto che Amiet dipingeva “solo” il paradiso, quindi la mostra, nata come una piccola retrospettiva, man mano è diventata una grande antologica».

Figlio di un cancelliere cantonale, archivista e storico, Cuno Peter Amiet nasce a Soletta nel 1867 e muore il 6 luglio del 1961 nella sua casa di Oschwand, piccolo borgo dell’alta Argovia bernese dove ha trascorso gran parte della sua vita. Al suo arrivo a Oschwand nel 1898, dopo il matrimonio con Anna Luder, Amiet si accorda per un affitto di 100 franchi all’anno; ben presto però acquisterà una casa colonica bicentenaria e un grande atelier con vasto giardino e frutteto, che sempre ritorneranno nella sua opera. La casa di Anna e Cuno Amiet sarà estremamente ospitale, vi alloggeranno numerosi allievi e nasceranno amicizie tra personaggi dell’ambiente artistico e culturale, come Alexej von Jawlensky, Marianne Werefkin o Paul Klee. Scorrendo la biografia di Amiet si resta stupiti dall’istinto felice che sembra guidare ogni sua scelta, dagli incontri che non sbaglia mai, come con il collezionista Oscar Miller, o con Giovanni Giacometti, amico di una vita.

Giovanissimo Amiet fa un severo apprendistato con il maestro Buchser, imparando accademicamente l’importanza della resa della luce solare e dei suoi riflessi; partirà poi con Giacometti per studiare a Parigi, a quel tempo centro di ogni avanguardia e movimento artistico; nella metropoli, che non gli è congeniale, vedrà Manet, Cèzanne, Van Gogh, Bonnard, Matisse e molti altri, si reca quindi in Bretagna, a Pont Aven, per poi ritornare dapprima a Soletta e poi definitivamente a Oschwand. Vivere di arte agli inizi gli è difficile, ma nel 1900 la Società ticinese di belle arti gli acquista un Autoritratto con la moglie, e da allora la sua strada sarà in discesa. 

Spirito aperto e versatile, Amiet assimilò e si lasciò influenzare, nella prima parte della sua vita, dai maggiori movimenti artistici dell’epoca, tra Francia e Germania, tra impressionismo e post impressionismo. Vi erano i Fauve, il Blaue Reiter, i Nabis e soprattutto il movimento espressionista tedesco «Die Brücke» che lo volle fra i suoi membri. L’eco di questi movimenti riecheggia e rende oltremodo interessante la mostra di Mendrisio che permette di cogliere come la vita di Amiet si divida in due fasi distinte, negli intenti e negli esiti artistici. La prima, quella del soggiorno a Pont Aven (1893-1922), è sperimentale e di impronta europea. La seconda, dagli anni Venti sino al termine della seconda guerra mondiale, sarà segnata da un progressivo ripiegamento tradizionale e regionale, un rientro all’ordine. I tredici anni che Amiet passa a Pont Aven saranno un irripetibile periodo di crescita: la tecnica pittorica neoimpressionista e divisionista lo segna per sempre, la pennellata si fa tratteggio o si fa materica, rompe la staticità della superficie, la resa luministica del tessuto pittorico è totale, (si veda ad es. Alberi nel cielo serale, 1893, posto accanto al Paesaggio di Bretagna di Paul Gauguin, o a Il Bucato) e senza rinunciare al dato figurativo si è innestato il processo di astrazione.

Fra gli incontri significativi vi sarà quello con Ferdinand Hodler, sebbene Amiet non condividesse la drammatica carica espressiva, l’austerità e il rigore kantiano del grande maestro della pittura svizzera. La sua indole infatti lo portava in direzione opposta, verso una dionisiaca e solare immersione nella natura.

Da vedere a Mendrisio sono ancora i grandi quadri di carattere allegorico-simbolico, della Raccolta della frutta, del 1914, con l’irruente espressionistica violenza dei rossi e il segno nero dei contorni, ben lontani dal naturalismo degli esordi, o anche l’incredibile Autoritratto in rosa, dove figura e sfondo si fondono in un’unica vibrazione, in una materica sintesi cromatica. La mostra si chiude con l’ultima grande raffigurazione di un Paradiso: siamo nel 1958, la moglie Anna è morta da poco, lo splendore terrestre e la fisicità delle immagini dei paradisi che Amiet ha dipinto da una vita qui si trasfigurano in un’apparizione immateriale. Vediamo una piccola figura di donna sperduta, mentre sulla sinistra l’apparizione di un angelo dalle grandi ali, nel giallo quasi accecante della totalità della luce, le si fa incontro.