Dove e quando
Matteo Emery. Occhichiusi. Lugano, Must Gallery (Via del Canvetto). Orari: ma e gio 14.00-18.00, o su appuntamento. Fino a domenica 18 giugno 2017. info(at)mustgallery.ch


Un occhio interno con cui guardare

Alla Must Gallery di Lugano la mostra Occhichiusi presenta i più recenti lavori di Matteo Emery
/ 22.05.2017
di Isabella Steiger Felder

La mostra Occhichiusi dell’artista Matteo Emery (classe 1955, studi di grafica allo CSIA di Lugano e arti visive all’ESAV di Ginevra) può essere letta anche come un vezzo poetico, un’alliterazione. Oltre ad essere una piattaforma di scambio con il pubblico, rappresenta infatti per l’artista anche un modo di guardarsi dentro.

Occhichiusi è un lavoro di introspezione realizzato con i mezzi dell’arte, in quello che vuole forse essere un rimando shakespeariano, come affermava infatti Prospero nel dramma La Tempesta, «Siamo fatti anche noi della materia di cui son fatti i sogni». Emery stesso afferma di usare un occhio interno, attraverso cui osserva e sviluppa il proprio lavoro per compiere un’indagine delle vite altrui, realizzata andando a scovare vecchie radiografie di corpi umani e animali, nel tentativo di ricostruire il teatro del mondo che si svolge dentro le mura di uno studio medico. Ne risulta una sorta di resoconto della vita altrui, diverso da sé, eppure per molti versi somigliante.

Grazie alla natura di questa indagine Emery riesce a inserire in una condizione spazio-temporale il concetto del doppio, peraltro già presente nella precedente mostra sui ferormoni, Love Pressure, anche se allora le due entità del doppio erano rappresentate dalla sfera maschile e da quella femminile. Se in Love Pressure la contrapposizione avveniva tra umano e animale, per asserire che i generi si trovano sullo stesso piano, Occhichiusi vuole invece ricordarci che anche noi facciamo parte del mondo animale. 

Emery nel suo lavoro combina sagome di animali composte da pezzi di radiografie umane e animali, immagini di cellule e virus per creare un unico essere: una volta ne risulta un ragno, un’altra un maiale (vedi foto). Oppure due farfalle… e proprio la farfalla con la sua natura effimera, che sin dall’antichità ha rappresentato sia il mistero della metamorfosi fisica sia le trasfigurazioni dell’anima, attestando l’origine e la fine della vita, è un simbolo di rinascita. Tra i lavori esposti troviamo anche Gatto 1 («ron/ron1»), in omaggio a un animale che ha ispirato profonde proiezioni umane, sia positive che negative e il cui ron ron ricorda piacevoli fusa. Nel caso di Granchio («liberatemi»), il doppio è rappresentato dalla facoltà dell’animale di andare sia a destra sia a sinistra. Una serie di domande, di possibilità, che riflettono anche le considerazioni dell’artista di fronte ai misteri della vita: dove nasce e in che direzione va? Per quanto la scienza possa avanzare ipotesi, di fronte a certe domande restiamo interdetti. 

Il lavoro di Emery è un tentativo di dare risposte creando delle possibili rappresentazioni, che in questo lavoro si traducono in cuciture e assemblaggi di immagini umane e animali. I suoi progetti non sono però innocenti, poiché in filigrana rivelano la sua disillusione nei confronti della società, accompagnata dal desiderio di portare un po’ di luce in un universo di disparità. Ed è proprio la luce ad evidenziarsi fuori dalle sagome grafiche ben definite degli animali: tre dei lavori in mostra, tra cui Lupo («fagir/janavur, povero/lupo»), sono montati su dei light box (scatole di luce, NdT) che ricordano le scatole luminose utilizzate dai medici per mostrare le radiografie ai pazienti. Il titolo di quest’opera (povero/lupo) riesce ad evocare anche quelle paure con cui vita ed arte da sempre ci confrontano, come il tempo che passa, o la fine. A questo proposito la prima opera della serie – l’effige del cane dell’artista, morto tempo fa – ci ricorda proprio il mistero irrisolto del destino delle nostre vite e dei nostri corpi, sul quale Emery ha deciso di «chiudere gli occhi», come egli stesso afferma.

I lavori esposti alla Must Gallery di Lugano sono bidimensionali, figli dell’apprendimento grafico e artistico di Emery: troviamo il fotomontaggio, il primo piano, il piano totale. Vi è un «dentro la figura», realizzato con la cucitura di immagini in bicromia e qualche accenno ad altri colori contrastanti, e un «fuori la figura», dato dalla freddezza del plexiglass su cui l’artista monta i suoi animali.

Nel cucito questi simulacri ricordano i lavori di artiste come la poverista Marisa Merz o come Maria Lai, forse in un tentativo inconscio, da parte di un artista sensibile come Emery, di evocare le donne cui più o meno volutamente si riferisce, usando però nuovi codici e nuovi materiali.