Giovanni Orelli, il libro di tutti i libri

A due anni dalla morte ci sarà un convegno in suo ricordo all’Archivio svizzero di letteratura di Berna (6-7 dicembre): vi proponiamo una piccola antologia tra i contributi pubblicati per oltre quarant’anni su «Azione»
/ 03.12.2018

Uno dei libri più importanti sulla Svizzera italiana, attorno alla sua storia, a questioni identitarie e linguistiche, all’aprirsi e chiudersi delle frontiere fisiche e mentali, ai suoi rapporti con la cultura italiana e con quella transalpina, è un libro che di fatto non esiste. Sparso in mille rivoli, si «rimonta» leggendo in sequenza i contributi pubblicati da Giovanni Orelli su «Azione» nell’arco di quarant’anni giusti giusti (1976-2016), dai primi interventi sul linguaggio dei giovani, sul senso del fare scuola o sulla politica universitaria del Cantone Ticino, stimolati da Luciana Caglio, fino alle letture frammentate e sofferte delle ultimissime settimane di vita. Per gli amanti delle statistiche, un simile volume raccoglierebbe qualcosa come 600 tra recensioni e segnalazioni, spesso anche molto corpose, e decine e decine di cronache letterarie, ricordi personali, attualità, interviste. Un ipotetico libro stampato, di cui si offre qui uno stringato campionario, supererebbe le 1000 pagine.

Ciò che più sorprende, in tanta mole di lavoro distesa su tanti anni, è la continuità di un discorso che non ha mai abbandonato il fuoco dei propri interessi e, di rimbalzo, l’identità precisa dei propri lettori potenziali: non i manzoniani «venticinque», bensì soltanto «quattro» (come i gatti), quasi a dire che si era rimasti in pochi ad apprezzare libri «non facili», lontani dalle strenne natalizie, dalle pubblicazioni illustrate, dagli ultimi bestseller tutto-trama e poco più. Con un rigore che gli fa onore, Giovanni Orelli non ha mai lasciato la barra di un timone che mirava dritto ai classici (greci e latini, ma anche Dante, Guicciardini, Rabelais, Shakespeare, Vico, Leopardi e Manzoni, da sempre nella sua personale top ten) e a quegli scrittori che meglio avevano saputo dialogare con loro nel Novecento, da Kafka a Montale a Gadda ai suoi contemporanei.

Nella stagione di maggiore impegno, dopo il pensionamento, sotto la conduzione di Ovidio Biffi era giunto a produrre per «Azione» due pagine mensili fitte di rubriche, notizie e consigli di lettura, pagine pensate esclusivamente per stimolare quell’apertura mentale, quel dialogo trasversale tra le epoche e le culture, che gli pareva l’unica via percorribile, l’unico modo per contrastare la dinamica dei compartimenti stagni o lo strapotere della tecnica. Forte di un prestigio dato dall’età e dall’esperienza, sin dagli anni Novanta si era concesso il lusso di qualche stroncatura (poche quelle non costruttive), incarnando nei fatti quel lettore curioso, inquieto, mai del tutto soddisfatto, al quale si è rivolto per tanti anni. / Pietro Montorfani

 

Un elogio
Le radici, le memorie poetiche di Fleur Jaeggy vanno ben oltre i (contigui) prati un po’ come laccati di verde autunnale e svizzero di Dürrenmatt e di Keller (il grande Keller). L’ossimoro (figura retorica che dominava, fin dal titolo, I beati anni del castigo) poteva spingere i suoi tentacoli fino ai classici lontani. Poniamo fino al «dolce-amaro indomabile serpente» (l’amore per Saffo) o al «sorge qualcosa di amaro che strozza gli stessi fiori» («surgit amari aliquid quod in ipsis floribus angat»: l’angina dei fiori, se ricordo bene il latino di Lucrezio). […] Ma la galleria di ritratti che qui ci vengono mostrati è piuttosto impressionante: esseri candidamente atroci, soavemente infernali. Ritratti che tendono alla miniatura. Avesse stemperato la sua aguzza, sottilissima matita, la Jaeggy ne avrebbe potuto cavare abbastanza facilmente sette romanzi. Ha fatto bene a fare come ha fatto. I classici le darebbero sette volte ragione. (17 novembre 1994).

 

Una stroncatura
Ennio Maccagno è autore di La vetrina dell’ornitologo, edito da Casagrande di Bellinzona. Nella «vetrinetta» di copertina (di solito scritta dall’autore stesso), si dice «Ben lontano dalla narrativa sociale della tradizione ticinese, anzi facendone spesso la parodia, Ennio Maccagno guarda il suo paese con occhio ironico, canzonatorio, irridente. L’io narrante ha il compito di studiare, con rigorosi criteri statistici...» ecc. No. Qui non c’entrano né la narrazione sociale né i rigorosi criteri statistici. La narrativa «ticinese» (si pensi a quella al femminile: della Ceresa, della Jaeggy, della Felder, Guidinetti, Albeverio-Manzoni, ecc.) non è comparabile, tanto è loro superiore, con le cose scritte in questo libro. Non mi sfidi a duello l’autore. Impieghi meglio i suoi mezzi, e ci ritroveremo alla opera seconda. (22 dicembre 1992).

 

Uno spiracolo di luce
La volta scorsa, 15 dicembre, mettendo insieme una pagina condita di succhi aspri, non confortosi: e non per colpa mia e ancora meno di Popper, Arbasino e Luperini, che avevo citato come testimoni, sul come va il mondo di oggi; la volta scorsa avevo come sentito, più che sulla pelle, il bisogno di aprire almeno uno spiracolo di luce. E quello spiracolo mi era venuto, miracolo!, dal calunniato Medioevo, da uno dei santi a me più cari, Ambrogio. Col suo elogio del gallo mattiniero, beneaugurante, il gallo dell’Aeterne rerum conditor, con il «Coraggio ora leviamoci»; e quel che segue. (29 dicembre 1994).

 

Un libro di qualità
Conosco una signora che già pensa a fine ottobre ai libri da regalare (saggiamente) anche a sé: per Natale. Mi ha eletto consulente suo diplomato. Ciò che mi ha messo in difficoltà che cresce di giorno in giorno è una aggiunta buttata là con nonchalance: vorrei, ecco, un libro «di qualità». Che cosa vuole dire? Dare titoli di libri è facile. Dare titoli di libri di qualità del passato è altrettanto facile. Ciò che non è facilissimo è il libro di qualità abbastanza fresco di stampa. Non è facilissimo ma neanche troppo difficile. Prendete Søren Kierkegaard... (16 novembre 1995).

 

Un consiglio
Graziano Papa è l’uomo della tradizione. Come tale, tra l’altro, non si pone il problema, per catturare il lettore, di ridurre un libro alla misura delle 150 pagine. Egli ne scrive uno di 500, al motto (taciuto) del «chi mi ama mi segua». Questa della mole è solo una delle caratteristiche del libro, certamente non la più importante (per carità!). Per dire che qualche tessera del mosaico poteva essere sacrificata. (2 settembre 1993).

 

Restauri possibili
Qui preme aggiungere un’altra cosa che già si sapeva: che il Martinola, oltre che storico di valore, oltre che gran lavoratore, è un bravo scrittore […] e se ne potrebbero fornire le prove. Segnalerò qui appena tre luoghi, antologicamente. Dico antologicamente perché certe volte penso ai restauri possibili (e ai necessari!) alla mia antologia Svizzera italiana. Dovesse avvenire, forse toglierei qualche nome, ma correrei presto a tre nomi per i quali l’ammirazione mia cresce, dunque (beninteso, in tutti i suoi limiti) la quotazione: Piero Bianconi (il traduttore in particolare), Brenno Bertoni (scelta non facile, coi suoi frequenti alti e bassi). E Martinola. (12 gennaio 1995).

 

Il primo gradino
La parola pomeriggio (dopo-pranzo, afer-noon, Nach-mittag, après-midi), dal latino post-meridiem, mi richiama alla memoria un gustoso aneddoto che raccontava (quando era in vita) Olinto Gobbi da Piotta, gigante buono, guardia di confine, popolarissimo tra gli Urani di Chiasso. Una volta, agli esami (suppongo a Piotta), l’ispettore chiede a un Garrone di lassù che cosa vuol dire pomeriggio. E quello, siccome nel parlar materno (di lassù) le patate si dicono pom (le mele invece pompianta) dedusse, con perfetta, elementare deduzione logica: «Mah? sarà lo schiacciapatate», donde risolino dell’ispettore (non geniale), risate a tutta orchestra degli astanti e rossore dei parenti stretti: ignari tutti che quel ragazzo, nella sua logica, saliva il primo gradino di una lunga scala che potremmo chiamare: natura del linguaggio. Come funzionano le parole? Qui potete scomodare, ad libitum, e chi più ne ha più ne metta, filosofi e filologi: da Platone a Ferdinand de Saussure. (4 maggio 1995).

 

Un fax ad Antonio Caccia
In questa Bibliografia padre Callisto […] elenca, in ordine alfabetico, 5717 schede. Sono 5717 numeri come in un elenco telefonico […]. Così ora abbiamo lo strumento agile, comodo, con sobrie e concentrate indicazioni, per «telefonare» a Enrico Zschokke (sono all’ultima scheda) o a qualche «Abbecedario»… Io, per conto mio, manderò un fax ad Antonio Caccia junior, perché mi aiuti, se può, a fare una giusta divisione delle opere che vanno sotto il nome suo o dello zio: sempre Antonio Caccia […]. Poi, un sabato sera, con tutto agio, telefonerò al Franscini, che aveva simpatia per i bedrettesi: più di cinquanta numeri! Mia figlia sta già parlando con Atanasio Donetti, ma sì sul dogma dell’8 dicembre, il dogma della «sinelabe», e su altre questioni che scottavano negli anni a metà strada del secolo passato. (30 novembre 1995).