Dove e quando

Dona De Carli, Fotografie, Museo Regionale delle Centovalli e del Pedemonte, Intragna.
Tutti i giorni (tranne il lunedì) dalle 14.00 alle 18.00. Fino al 20 agosto.

Palazzo Tondü in una fotografia di Meyeren


Esplosione di intimità

Al Museo Regionale Centovalli e Pedemonte le immagini scattate da Dona De Carli al Palazzo Tondü di Lionza
/ 06.06.2017
di Giovanni Medolago

I Tondü di Lionza era il titolo di un libretto ESG (Edizioni Svizzere per la Gioventù) che stava con molti altri opuscoli in fondo all’aula delle elementari frequentate – tanti anni fa – dal vostro cronista. Un titolo inquietante, ai miei occhi di bambino che non sapeva chi fossero i Tondü e nemmeno dove stava Lionza. Ricordo pure una puntata di «Radioscuola» (allora immancabile appuntamento del venerdì pomeriggio) in cui si rievocava la leggenda dei due fratelli, Andrea di 13 anni e Antonio di nove. Partiti dalle Centovalli per aiutare il babbo spazzacamino verso il 1630, rimasero orfani nella loro prima stagione all’estero e vennero adottati da una ricca famiglia di Parma, che poi lasciò loro in eredità parte dei proprî beni. Nel giro di pochi anni, i due fratelli fecero fortuna non più spazzando camini, bensì occupandosi del commercio di tessuti pregiati. La nostalgia di casa, tuttavia, restava forte anche a distanza di anni e così attorno al 1650 i Tondü decisero di tornare al paesello natio. Non solo fecero erigere «ul palazz», ma promisero agli abitanti di Lionza che la loro ricchezza avrebbe portato lavoro e serenità in tutto il contado.

Alla famiglia Tondü, estintasi da anni, è sopravvissuto il loro Palazzo, che però – dopo oltre quattro secoli – è piuttosto malridotto. Di recente è stata varata (sotto l’egida di Enti Nazionali, Cantonali e Comunali; ma si spera anche nella generosità di tanti sponsor privati) un’opera di conservazione e restauro volta a porre in evidenza i pregevoli elementi strutturali del Palazzo, in cui la rusticità vallerana si abbina a dettagli decorativi e architettonici raffinati, senza dubbio importati dall’Italia.

La fotografa locarnese Dona De Carli, la quale nutre un vivo interesse per luoghi costruzioni e oggetti dimenticati, ha documentato gli ultimi anni del Palazzo: in una prima occasione, nel 2009, aveva girato per il Palazzo armata solo di una rudimentale camera oscura. «All’atto del fotografo che scatta per impossessarsi subito di un’immagine ha preferito quello di chi – attraverso una tecnica poco controllabile – attende che l’immagine si riveli quasi da sola» (M. Snider Salazar). Il frutto di quell’esperienza, con il titolo Esilio, era poi stato proposto al Museo Regionale delle Centovalli e del Pedemonte a Intragna.

La stessa sede ospita adesso il risultato della seconda ricerca svolta a Lionza dalla De Carli. Nonna camera oscura, anche a causa del minor tempo a disposizione, ha lasciato il posto al suo ultimo nipotino: un iPhone 5! Balza subito agli occhi la grande differenza tra le due mostre: nel 2009 Dona usava – giocoforza, con la camera oscura! – solo il bianco e nero e le sue foto denunciavano anche crudamente il degrado che ha colpito il Palazzo nel corso dei secoli. Adesso i suoi dittici sono talvolta un’esplosione di colori, talaltra presentano ricercati accostamenti cromatici, dove le tinte si fanno più sfumate e tenui. Più in generale, dai dettagli architettonici alle stratificazioni degli intonaci o, addirittura, dal verde delle muffe sugli assi delle porte tenute insieme da chiodi arrugginiti, emergono una grazia e un’eleganza del tutto assenti nella prima esposizione. «C’è una crepa in ogni cosa, ma da lì entra la luce» cantava Leonard Cohen. Dona De Carli scava dentro queste crepe, reali o metaforiche, con la pazienza del ricercatore che cerca di far rivivere storia, passato, personaggi e ricordi che in quelle mura hanno trascorso una vita o forse solo pochi giorni (gli illustri ospiti della famiglia Tondü). «A volte guardare una fotografia è come trovare una vecchia agenda dimenticata in un cassetto, un piccolo libretto di cui avevamo perso le tracce e poi sfogliando le sue consunte pagine ritroviamo un nome, forse un volto o forse solo l’immagine di una carezza, qualcosa che toglie il respiro – ha osservato Reza Khatir durante il vernissage della mostra – e Dona ci invita ad andare vicino alle sue immagini, a cercare di ascoltarle, ci permette di entrare nella sua intimità e di sentire il battito del suo cuore. Ogni suo dittico è una domanda e una risposta. O Forse una domanda e un’altra domanda… chi lo sa?»