Dove e quando

Des chiffres et des lettres. Compter, calculer, mesurer à l’èpoque romaine, Musée romain de Vallon (Carignan 6). Fino al 24 febbraio 2019. Orari: me-do 13.00-17.00. www.museevallon.ch 


Come si pesava nella Roma antica?

Una mostra al Musée romain di Vallon ci riporta indietro nel tempo
/ 27.08.2018
di Marco Horat

Ci sono musei, come è il caso del Musée romain di Vallon, che seguono con coerenza una strada imboccata qualche anno fa mettendo in gioco i numerosi reperti provenienti dalla regione dei Tre laghi, di proprietà del museo stesso come pure di altre istituzioni nazionali, con lo scopo di raccontare come si svolgeva da noi la vita quotidiana ai tempi di Roma antica. Si è così parlato della cucina e dello stare a tavola, dell’igiene e della salute pubblica mentre quest’anno tocca a concetti quali contare, calcolare e misurare. Già dal titolo della mostra si intuisce come il discorso sia intrigante e complesso: ci sono lettere che sembrano cifre e ci sono cifre che sono invece lettere. Le iscrizioni romane che spesso riportano date e cifre incise su lapidi e monumenti vari le sappiamo ancora leggere correttamente? Cosa ci raccontano? E a che scopo imparare a farlo? Forse non solo perché re e papi lo esigono: infatti si deve ancora scrivere Elisabetta II, Luigi XIV, Giovanni XXIII.

«L’argomento è molto importante e viene trattato in quattro postazioni contrassegnate da colori diversi, più un’appendice didattica e ludica alla fine del percorso espositivo – spiega la direttrice Clara Agustoni. Una prima parte serve da introduzione generale al tema, la seconda tratta di pesi e misure lineari, la terza della misurazione del tempo e dei calendari, mentre nell’ultima si parla di soldi. Per ognuna si parte da un oggetto-guida per poi declinare il discorso mettendo in valore il ricco patrimonio scoperto negli anni venuto alla luce nella nostra regione, che era  allora un centro vitale per l’impero romano». 

Per la coesione di un impero che abbracciava il Mediterraneo e oltre, era di fondamentale importanza che vi fossero elementi omogenei: un ordinamento giuridico armonioso, una lingua ufficiale di comunicazione, il riconoscimento dell’autorità imperiale, ma anche un’uniformità di pesi e misure a vantaggio del mondo dei commerci, nella vita quotidiana e negli scambi tra popoli.

Come fa un costruttore a dare disposizioni ai vari artigiani circa la lunghezza, l’altezza di un manufatto se ognuno misura a modo suo in pollici, braccia, palmi, cubiti o piedi (tutte misure dedotte dal corpo umano)? Poi c’era piede e piede: quello romano misurava cm 29,56, il piede pompeiano un po’ di meno e quello di Vindonissa un po’ di più. Giulio Cesare e compagni dovevano trovare un comune denominatore, anche per gli altri settori della vita sociale.

Come avrebbe fatto un commerciante a stabilire il valore del suo olio di oliva se non aveva a disposizione un’unità di base da tutti riconosciuta? Ecco le anfore di circa 75 litri universalmente diffuse nell’impero. Pagabili con quale moneta? Nascono la cosiddetta «mensa ponderaria» e i relativi funzionari imperiali che devono verificare che non ci siano imbrogli sui pesi e le quantità (in mostra un esemplare da Nyon). Curioso un bilancino utilizzato fino al I secolo per la misura delle monete in argento e una serie di stadere, dette appunto in francese «bilance romane», trovate proprio a Vallon.

Sembra che per contare l’uomo abbia iniziato dalle conchiglie e dai sassolini per poi passare alle tacche su un osso o su un bastone: quanti animali possiedo, quanti ne ho cacciati ieri, quanti figli ho fatto, quanti giorni sono trascorsi, quanti nemici devo affrontare in battaglia, eccetera. Ma se fino a quattro lineette è facile contare a prima vista, il discorso si complica quando i numeri diventano più grandi. I romani passano così alle lettere: la «V» per indicare 5, la «X» per il 10, «C» per 100, «M» è 1000 e via dicendo, con un sistema di scrittura abbastanza macchinoso, dal momento che non conoscono il valore dello 0 che usiamo nel sistema decimale odierno, importato dal mondo arabo, ma nato probabilmente in India. Le cose si complicano ulteriormente per numeri altissimi per cui è necessario pensare ad altri stratagemmi, come sembra sia successo a partire dal II secolo a.C., stando a quanto scrive Plinio il Vecchio; nasce la linea orizzontale sopra la lettera-cifra: ad esempio una «V» sovrastata da una linea orizzontale che vale 5000. Ma nelle epigrafi trovate in tutto il mondo romano si sono purtroppo riscontrate molte anomalie delle quali gli studiosi devono tener conto per non cadere in equivoci: un esempio semplice è il 5 scritto incidendo 5 lineette verticali.

Ancora più complesso è il capitolo relativo alla misurazione del tempo e di conseguenza alla stesura dei vari calendari che si sono susseguiti, basati su conoscenze astronomiche e astrologiche vieppiù precise. In mostra una rarissima iscrizione da Avanches che riporta la data di un preciso martedì 2 aprile; in un’altra si legge di un tale morto all’età di 92 anni (sicuramente l’Elvezio più longevo della storia), mentre una terza iscrizione ci dice di una bambina deceduta all’età di un anno e cinquanta giorni. Il tempo veniva misurato in ore, giorni, settimane, mesi e anni... seppure con nomi e valori quasi sempre diversi da quelli attuali. 

Una storia intrigante tutta da scoprire lungo il percorso della mostra di Vallon.