Un anno vissuto pericolosamente

Bilancio 2018 – Guerra commerciale fra Stati Uniti e Cina, Bolsonaro in Brasile, progressi troppo lenti in materia di clima continueranno a tenere viva la cronaca dell’anno appena iniziato
/ 07.01.2019
di Alfredo Venturi

La guerra commerciale fra Stati Uniti e Cina, l’avvento di Jair Bolsonaro alla presidenza brasiliana, i progressi troppo lenti in materia di controllo del clima. Sono probabilmente questi gli elementi di maggiore rilievo dell’anno appena trascorso, quelli destinati ad avere le ripercussioni più significative sull’assetto fisico, politico, sociale ed economico del pianeta. Un pianeta male in arnese, un’umanità priva di rassicuranti certezze: è questo che il 2018 lascia in eredità all’anno nuovo. Sembra tramontata per sempre l’ottimistica euforia innescata dalla «fine della storia» e dai presunti benefici della globalizzazione. Sulla soglia del 2019 il liberismo globalista è in crisi mentre occupano la scena i particolarismi locali e gli egoismi nazionali.

Ormai agli archivi la retorica della gestione condivisa, la comunità internazionale si mostra sempre più dispersa e litigiosa. Il protezionismo imposto da Donald Trump è l’aspetto più appariscente di questa tendenza. L’America ha riscoperto quella stessa vena isolazionista che un secolo fa la indusse a boicottare la Lega delle Nazioni. Eppure l’aveva caldeggiata proprio il presidente Usa di allora, Woodrow Wilson: era l’ultimo ma non certo il meno importante dei Quattordici Punti destinati a rimettere in carreggiata il sistema sconvolto dal conflitto mondiale. Illusioni centenarie: era appena terminata la guerra che doveva mettere fine a tutte le guerre!

Il protezionismo trumpiano ha rallentato la crescita dell’economia cinese, che tuttavia conserva ritmi incomparabilmente superiori a quelli occidentali. Lo si voglia o no alla Casa Bianca, il colosso asiatico ha raggiunto ormai da tempo una massa critica tale da alimentare in ogni caso uno sviluppo che l’ambizione politica e la dimensione demografica proiettano nel mondo intero. Nello stesso continente incalza l’India, che prima o poi prenderà il posto della Cina come paese più popoloso, insidiandone anche i primati economici. Di fronte alle spettacolari prospettive asiatiche non è facile immaginare quelle della nostra vecchia Europa.

Nell’anno appena concluso un altro gigante geopolitico, il Brasile, è entrato a vele spiegate con l’elezione di Bolsonaro nella semplificatrice ideologia trumpista. Dunque le due massime potenze del continente americano condividono la convinzione che il riscaldamento globale è una bufala inventata dai «rossi», che bisogna sfruttare le ricchezze dei territori, come i giacimenti di combustibili fossili negli Stati Uniti e le immense riserve di legname e altre risorse dell’Amazzonia brasiliana, per alimentare qualcosa di esattamente opposto alla «decrescita felice» invocata da chi ha a cuore la sopravvivenza di questo malandato pianeta.

E qui veniamo alla Cop 24, la conferenza delle Nazioni Unite sul clima che si è svolta, guarda caso, nel cuore del bacino carbonifero di Katowice, Polonia, e pur evitando il fallimento si è conclusa con un accordo ancora ben distante dai requisiti minimi per fermare il surriscaldamento planetario. Da tempo il fenomeno provoca effetti a dir poco inquietanti: si sciolgono i ghiacci una volta perenni delle calotte polari, s’innalza progressivamente il livello dei mari, alcuni Stati insulari del Pacifico rischiano di essere inghiottiti dall’oceano. Secondo alcuni esperti anche gli incendi che da qualche tempo inceneriscono aree vastissime, particolarmente disastrosi nel 2018 quelli che hanno devastato l’Attica e la California, sono legati all’emergenza climatica.

L’asse Trump-Bolsonaro può contare su alcune stabili propaggini da questa parte dell’Atlantico. All’interno dell’Unione Europea, che sta per celebrare il divorzio dalla Gran Bretagna, c’è un blocco di paesi risolutamente contrari a ogni ipotesi di rafforzamento dell’integrazione. Al Gruppo di Visegrad (Ungheria, Polonia, Cechia, Slovacchia) si è affiancata l’Italia del governo giallo-verde nominalmente guidato da Giuseppe Conte. Forti minoranze euro-critiche e sovraniste si agitano all’interno di quasi tutti gli altri paesi membri. Incoraggiato dalla predicazione di Steve Bannon, l’uomo che fu capo stratega di Trump prima di essere sloggiato dalla Casa Bianca, il fronte nazional-populista si attende dal 2019 un regalo storico: il successo alle elezioni che a maggio rinnoveranno il Parlamento europeo. Una nuova maggioranza che spazzi via il tradizionale predominio di popolari e socialisti e rovesci le strategie di Bruxelles.

Questo possibile esito elettorale ha fatto da sfondo al negoziato fra l’Unione e l’Italia, a proposito della legge di bilancio che nell’intento di adeguare i fatti alle promesse della Lega e del Movimento Cinque Stelle, le componenti della rissosa maggioranza che regge il governo di Roma, eludeva gli impegni di contenimento del debito e del deficit assunti dai precedenti esecutivi. I negoziatori italiani hanno ceduto terreno, evitando una procedura d’infrazione dalle pesanti implicazioni economiche e politiche, ma lo hanno fatto con il retro-pensiero che a maggio tutto cambierà a Strasburgo e conseguentemente a Bruxelles, e allora sarà possibile rinegoziare gli impegni imponendo una maggiore flessibilità.

 Sono in ballo stabilità, pace sociale e prospettive di crescita, eppure queste sono davvero piccole cose, nel pianeta che sembra scivolare inarrestabilmente verso un degrado senza rimedio. Questo mondo in declino si guarda attorno e scruta l’universo che lo circonda, ma le straordinarie imprese dell’esplorazione spaziale non bastano a restituirgli fiducia nel futuro. Nel 2018 la sonda InSight si è posata su Marte e ha cominciato a studiarne il sottosuolo. Il primo giorno del 2019 un’altra sonda, non a caso chiamata New Horizons, dopo un viaggio di tredici anni che l’ha portata ai limiti estremi del sistema solare ha sorvolato l’asteroide Ultima Thule, che dista da noi e dai nostri incubi sei miliardi e mezzo di chilometri.