Trema il regime dei turbanti

Iran – La rivolta iniziata il 28 dicembre è stata repressa ma riemergerà perché la Repubblica islamica ha fallito
/ 08.01.2018
di Marcella Emiliani

E il settimo giorno della rivolta, il 3 gennaio scorso, il capo in testa dei Guardiani della Rivoluzione, il general maggiore Mohammed Ali Jafari annunciò ufficialmente la fine della «sedizione».

In italiano, vocabolario alla mano, «sedizione» significa «sommossa violenta contro il potere costituito». E se lo ha detto lui, il generale Jafari, principale artefice della repressione, allora anche noi siamo autorizzati a definire quello che è successo in Iran dal 28 dicembre scorso una «sommossa violenta contro il potere costituito» che ha causato 23 morti e più di 450 carcerazioni. Le cifre le ha fornite lo stesso regime per cui sono come minimo sottostimate. Ma anche detto questo, non abbiamo nemmeno cominciato a capire perché migliaia di persone, coi giovani in testa, abbiano dato vita ad un movimento di protesta così ampio e diffuso come in Iran non si vedeva dal «glorioso» 1978, anno zero della Rivoluzione che nel ’79 avrebbe spazzato via la dittatura dello Shah Mohammed Reza Palhevi per instaurarne subito un’altra, di segno grettamente islamico.

Molti analisti internazionali hanno preferito raffrontare la rivolta di questi giorni a quella del 2009, ma con tutto il rispetto il paragone non regge. Le proteste del 2009 furono innescate da un preciso meccanismo di causa ed effetto: il Movimento verde, espressione dei riformisti, scese in piazza per contestare i risultati elettorali che avevano riconfermato alla presidenza della repubblica Mahmoud Ahmadinejad, capofila dei conservatori ed esponente dell’ala militarizzata del regime, i suddetti Guardiani della Rivoluzione o pasdaran che dir si voglia. Proprio con lui i pasdaran erano entrati fin dal 2005 – cioè dal suo primo mandato presidenziale – nella stanza dei bottoni politici e da allora rappresentano la punta di diamante di una dittatura divenuta clerical-militare, tutta protesa a fare dell’Iran una superpotenza nucleare in Medio Oriente.

Quella del Movimento verde del 2009 – si dice – fu una rivolta che aveva capi riconoscibili (Mir Hosein Musavi in testa), mentre la rivolta attuale capi non ne ha: è vero. Quella del 2009 – sempre si dice – era una rivolta al cuore del sistema; il suo epicentro fu Teheran, mentre la rivolta di oggi sembra essere tutta «periferica» e molto diffusa su tutto il territorio nazionale: è vero. Ma proprio perché tutto questo è vero, la rivolta di oggi rischia di essere molto, ma molto più pericolosa di quella del 2009 se non nel breve, nel medio-lungo periodo. In ballo infatti non ci sono dei volgari brogli elettorali, ma la stessa ragion d’essere della Repubblica islamica.

In 39 anni di esistenza la suddetta Repubblica islamica non ha mai vissuto un momento storico tanto esaltante: è divenuta una potenza nucleare; con l’Accordo del 2015 sul medesimo nucleare, il gruppo dei 5+1 (Stati Uniti, Russia, Cina, Francia, Gran Bretagna più Germania) ha riconosciuto il suo diritto a dotarsi di energia atomica, ma ad uso tutto civile, sotto il controllo dell’Aiea (Agenzia internazionale per l’energia atomica); con l’intervento americano in Iraq del 2003 che ha spazzato via la dittatura di Saddam Hussein, è riuscita a diventare il deus ex machina della vita politica a Baghdad e a porsi come scudo militare per la sopravvivenza dei suoi governi contro sfide destabilizzanti come quella di Al Qaeda nella terra dei due fiumi prima e dell’Isis poi; con l’aiuto dei suoi protetti, gli Hezbollah libanesi, ha contribuito a mantenere in vita il regime impresentabile di Bashar al-Assad in Siria e – non bastasse – sta sostenendo i ribelli Houthi in Yemen contro il governo di Rabbo Mansour Hadi, appoggiato a suon di bombe dall’arci-nemica Arabia Saudita.

E proprio nel braccio di ferro con Riad per la supremazia nel Golfo e più in generale in Medio Oriente, è riuscita a consolidare il cosiddetto Crescente sciita che l’ha portata via Iraq, Siria e Libano a raggiungere le sponde del Mediterraneo. Allora, perché mai la popolazione di un paese tanto vincente dovrebbe ribellarsi contro il regime di turbanti e divise che ha realizzato il sogno di ricreare un impero persiano?

La risposta è disarmante: perché gli imperi costano e le guerre per costruirli e mantenerli costano ancora di più. Detto in altre parole l’Iran, soggetto fino allo scorso anno di sanzioni internazionali e penalizzato dal basso prezzo del barile del greggio sul mercato, ha speso fino all’ultimo rial per diventare una superpotenza e ha investito poco o nulla nella creazione di quel benessere diffuso che è la massima aspirazione della sua popolazione. Se poi ricordiamo che, nella retorica del regime, la mitica Rivoluzione del 1979 è stata voluta e realizzata nel nome dei mostazafin (i diseredati, i più poveri), il disastro diventa manifesto. La ristretta cerchia clerical-militare che monopolizza tanto il potere politico quanto quello economico non è più credibile agli occhi dei milioni di iraniani che stringono la cinghia ogni giorno per mettere assieme il pranzo con la cena. È una cerchia miliardaria, corrotta fin nel midollo, in cui la popolazione non ripone più alcuna fiducia, se si escludono i beneficati dell’elemosina del regime.

Così nelle poche immagini trapelate fra le maglie della censura dei social media operata dal regime medesimo, si son viste cose inaudite: sassate contro le onnipresenti immagini della Guida della rivoluzione, il molto venerabile Ali Khamenei, ritratti del presidente Rouhani dati alle fiamme, slogan contro la corruzione dilagante, contro la disoccupazione, contro la povertà, ragazze che si toglievano il velo... E dire che nel 1978-79 le ragazze il velo se lo mettevano per protestare contro la corruzione e la dittatura dello Shah! Per rivedere bandiere americane e israeliane bruciate in piazza si è dovuto aspettare il sesto e il settimo giorno della rivolta (il 2 e il 3 gennaio) quando gli «elemosinati» di Stato sono scesi in strada a sostegno del regime e solo dopo che il 2 gennaio Ali Khamenei si era finalmente espresso su quanto stava accadendo che – secondo un copione classico – era opera dei soliti «nemici esterni dell’Iran».

Certo, Trump non ha mancato di twittare il suo appoggio alla popolazione iraniana, ma è difficile immaginarlo a coordinare le decine e decine di manifestazioni che hanno dato vita alla rivolta. È molto più probabile che la stessa popolazione iraniana, proprio perché non si aspetta aiuti esterni (leggi: possibile rinnovo americano delle sanzioni entro fine gennaio) abbia deciso di mostrare al re che è nudo. In altre parole non si è trattato di un complotto esterno, è la Repubblica islamica che ha fallito e proprio per questo la «sedizione» anche se repressa e bastonata riemergerà come un fiume carsico.