Sui sentieri stretti d'Europa

Xenofobia – Oltre alle manifestazioni violente che hanno investito Chemnitz e la Germania, anche nel resto del Continente si assiste a un’ondata pericolosa e odiosa di populisti e sovranisti
/ 10.09.2018
di Lucio Caracciolo

La regola della politica nell’età dei media è che l’immaginazione supera sempre la realtà. Non contano i dati, i fatti, i numeri. Prevalgono le percezioni. Che eventualmente producono propri fatti. È il ca so oggi bruciante della presunta «invasione» dell’Europa a opera di migranti – o peggio di terroristi che si spacciano per tali – impegnati a minare le basi della nostra pace sociale, anzi della civiltà occidentale. In quanto allogeni, spesso colorati, portatori di istanze e credenze – islam – incompatibili con lo stile di vita cui siamo usi.

Poco importa che le statistiche denuncino un crollo dei flussi Nord-Sud di circa quattro quinti fra quest’anno e il precedente. Quando le idee di massa si diffondono, non si guarda troppo per il sottile, si scarta a priori tutto ciò che le contraddice. Nel caso in questione, su questa mispercezione di massa si stanno costruendo movimenti razzisti o comunque xenofobi in diversi paesi europei. E soprattutto, i governi delle nostre democrazie – o meglio, di ciò che ne resta – si sentono in dovere di rispondere alle pressioni di chi si sente «invaso» con misure tendenzialmente adattive, più o meno emergenziali, che non solo non calmano le paure ma le eccitano.

Ora è chiaro che le paure di massa in Europa non vanno mai prese sottogamba, come dimostravano già gli studi dello storico francese Jean Delumeau sui «treni di paura», il cui capolavoro è appena stato ripubblicato in italiano. E non c’è niente di più stupido dell’impancarsi a retta coscienza morale distribuendo dalla propria presunta cattedra perle di saggezza liberale e tollerante al popolo insipiente. Ma all’opposto, mettere la testa nella sabbia può produrre danni irreparabili.

Prendiamo il caso principale, quello tedesco. Principale perché riguarda il più importante Stato europeo, e perché sulla Germania pesa ancora lo stigma del passato nazista che non passa e non passerà mai completamente, almeno per qualche generazione. Qui nel settembre 2015 la cancelliera Angela Merkel, all’insaputa del suo governo e probabilmente anche del marito, decise di aprire improvvisamente le porte ai migranti in fuga dalla guerra di Siria. Per qualche settimana i tedeschi risposero all’appello rassicurante («wir schaffen das», «ce la facciamo») e generoso di Merkel. Rapidamente questo clima si volse nel suo opposto, costringendo la cancelliera alla retromarcia. E al clamoroso accordo con il sultano turco Recep Tayyip Erdoğan, che in cambio di soldi e promesse di visti gratis d’ingresso nello spazio comunitario per i turchi si incaricò – tuttora si incarica – di trattenere sul suo territorio circa tre milioni di profughi. Potenziale bomba a orologeria, con cui ricatta Merkel e tutti i governi europei.

Fu lì che cominciò il declino della stella merkeliana, tanto che molti dubitano che la cancelliera possa concludere il suo ultimo quadriennio di governo. E fu da quell’episodio che prese slancio in tutta la Germania, ma soprattutto in quella già comunista, un movimento xenofobo e islamofobo assai diramato, la cui sigla più visibile è Pegida. Nel frattempo, il partito nazional-conservatore Alternativa per la Germania si è installato al parlamento con una corposa delegazione. I sondaggi lo danno in ascesa, fino al 15% dei voti. È nata una nuova Bundesrepublik, perché la vecchia si fondava sulla regola non scritta ma decisiva «nessuno a destra della CDU-CSU».

Le manifestazioni xenofobe che quest’estate hanno avuto il loro epicentro a Chemnitz – già ribattezzata Karl-Marx Stadt dal regime di Walter Ulbricht – e le contromanifestazioni della sinistra hanno surriscaldato il clima politico in Germania. Come storia ricorda, i tedeschi non danno il meglio di sé nelle crisi, ne sono anzi sconcertati. In questo caso, il rischio è fra l’altro che si bollino come neonazisti dei conservatori di destra, eredi di Stresemann o del pensiero tedesco-nazionale, non del regime delle SS. Allo stesso tempo, nell’Alternativa per la Germania si incistano militanti tendenzialmente neonazisti, in particolare inquadrati nel gruppo giovanile «Junge Alternative». Per tacere dei ripetuti «casi individuali» («Einzelfälle») di fanatici neonazisti attivi nella Bundeswehr.

Ma non è solo Germania. Il razzismo, l’islamofobia, l’antisemitismo, forme più vellutate e prudenti di xenofobia sono visibili dappertutto, dal Nordeuropa scandinavo ai paesi dell’ex Patto di Varsavia, dall’Italia alla Grecia o alla Francia. Nemmeno lo Svizzera è immune. Per chi ancora si illudesse circa le possibilità di una maggiore integrazione europea, sono campane a morto.

La storia non si ripete mai, anche se talvolta fa rima – come ricordava Mark Twain. Sarebbe davvero una gran brutta rima, se ricordasse il catastrofico passato degli anni Trenta e Quaranta, quando regimi fondati sull’intolleranza e sulla presunta superiorità razziale dell’uomo bianco «ariano» portò al suicidio dell’Europa. Il sentiero è stretto: per impedirlo occorre intercettare e sedare le paure dell’altro, senza demonizzarle; insieme, è opportuno vigilare, con tutti gli strumenti della legge e nello spirito liberale delle nostre istituzioni, per stroncarne ogni deriva violenta. Con le idee pericolose e odiose si può convivere, finché non vanno al potere. Con o senza violenza.