Spetta al popolo l’unità nazionale?

Dibattito giuridico – Limiti e ambiguità storiche del principio di autodeterminazione
/ 09.10.2017
di Alfredo Venturi

Come è talvolta il caso nei documenti storici, lo Statuto delle Nazioni Unite non è privo di ambiguità. Per esempio appaiono in patente contraddizione due fra i suoi punti fondamentali: il riconoscimento del principio di autodeterminazione dei popoli e quello del rispetto della sovranità e dell’integrità territoriale degli Stati. Non è da meno la Dichiarazione di Helsinki che nel 1975 concluse la Conferenza per la sicurezza e la cooperazione in Europa: vi si parla di rispetto per il diritto dei popoli a decidere il proprio destino e invita ad agire in conformità alle norme del diritto internazionale, «comprese quelle relative all’integrità territoriale degli Stati». Che succede dunque se un popolo che non si trova a suo agio all’interno di uno Stato desidera uscirne? Può farlo? Che cosa dovrà privilegiare la comunità internazionale, l’autodeterminazione popolare o la sovranità statale?

A riproporre questi temi è la crisi che contrappone il Regno di Spagna a una delle sue componenti regionali, la Catalogna, culminata nel contestatissimo referendum del 1. ottobre, nell’aspra contesa fra Barcellona e Madrid, nello scontro fra l’esercizio del voto e la repressione poliziesca. È proprio l’ambiguità del contesto giuridico a spiegare l’imbarazzo con cui la comunità internazionale assiste alla drammatica vicenda catalana. Dopo l’iniziale smarrimento si fa strada l’interpretazione prevalente che privilegia lo status quo. Bruxelles e le altre capitali europee, dopo i primi asettici inviti al dialogo, definiscono illegale il referendum e dichiarano il loro appoggio alle ragioni del governo di Mariano Rajoy. Se la Catalogna è fuori dalla Spagna, avverte il portavoce della Commissione, è anche fuori dall’Unione. Dialogate dunque, cercate una soluzione politica. Ma non sarà facile, dopo l’assalto della Guardia Civil ai seggi referendari, il dialogo fra un popolo che si riconosce in una forte identità e vorrebbe decidere il proprio destino separandosi dal Regno e scegliendo la forma repubblicana, e uno Stato minacciato nella sua coesione che ricorre alle maniere forti per difendere la propria sovranità su un territorio riconosciuto.

Di fatto sovranità e integrità sono considerate i limiti del diritto di autodeterminazione. Eppure non lo furono, tanto per fare un esempio, quando l’Algeria si staccò dalla Francia, che la considerava parte del suo territorio nazionale. Non lo furono quando la Jugoslavia si frantumò in un calderone ribollente di sei Stati. Né quando il collasso dell’Unione Sovietica diede origine a una quindicina di repubbliche, alcune delle quali addirittura approdate a quello che era stato il fronte avverso. In questo proliferare di nuove frontiere spicca il caso della Cecoslovacchia, che si divise pacificamente e di comune accordo dando vita a due repubbliche a maggioranza ceca l’una, slovacca l’altra. Le grandi crisi allentano i legami fra le comunità e moltiplicano gli Stati, il principio caro al presidente Wilson comporta il rischio della balcanizzazione.

Alla radice del problema sta il dualismo concettuale di popolo e Stato. Una volta esisteva solo lo Stato, il popolo non era un soggetto politico ma l’oggetto passivo del potere. Furono la rivoluzione americana e la francese a considerare insieme i due elementi, promuovendo il popolo come titolare di diritti, indicandolo come elemento costitutivo dello Stato assieme al territorio e alla legge comune, addirittura dichiarandolo titolare della sovranità. La visione giacobina lanciava al tempo stesso la dottrina dello Stato-nazione, che esalta questo nuovo ruolo del popolo. Oltre un secolo più tardi il presidente americano Woodrow Wilson propone il principio di autodeterminazione. Si è all’indomani della Prima guerra mondiale e il concetto fatica a imporsi, soltanto al termine del Secondo conflitto farà il suo solenne ingresso, attraverso la Carta Atlantica e lo Statuto delle Nazioni Unite, nel diritto internazionale.

Negli anni successivi è protagonista del processo di decolonizzazione. Appoggiati dall’Onu i popoli soggetti alle potenze coloniali ne fanno uno strumento di riscatto, conquistando pacificamente l’indipendenza con il decisivo consenso delle potenze dominanti. Fa eccezione come s’è visto il capitolo dell’Algeria, perché in quel caso il Paese occupante nega una soluzione di continuità politica e amministrativa fra se stesso e la ribelle provincia nordafricana. E dunque sarà la lotta armata a decidere la contesa piegando la resistenza di Parigi.

Mentre l’Europa e il mondo attendono di vedere come si svilupperà la crisi catalana, altre tentazioni indipendentiste richiamano l’attenzione. Per limitarci al nostro continente c’è un movimento secessionista fiammingo in Belgio, uno scozzese nel Regno Unito, e nella stessa Spagna non è certo sopita, nonostante la resa dei militanti Eta, l’antica questione basca. Fino a qualche tempo fa anche in Italia s’inseguivano chimere secessioniste: secondo i leghisti la Padania doveva staccarsi dal resto della penisola e fare Stato a sé. Ma poi la Lega si è trasformata in partito nazionale puntando al governo del Paese come parte del centrodestra. Certamente l’avventura catalana ha fatto correre un brivido fra i leghisti del nord, i duri e puri che rimpiangono Umberto Bossi e le sue sparate contro il centralismo romano. Ma i loro capi hanno messo le mani avanti: il referendum del 22 ottobre in Lombardia e Veneto non ha niente a che vedere con quello della Catalogna. Non si richiede l’indipendenza ma semplicemente più autonomia, soprattutto in materia fiscale e finanziaria. Dunque l’unità d’Italia è salva, quanto alla Spagna si vedrà.