Più strategia e meno antiterrorismo

Pentagono – Secondo la nuova dottrina di difesa, l’America ambisce a ridisegnare la propria postura a livello globale, concentrandosi sulla competizione fra Stati, in particolare Cina, Russia, Corea del Nord e Iran
/ 12.02.2018
di Lucio Caracciolo

La superpotenza americana si basa sulla sua strapotenza militare. Per questo è utile esercizio considerare come il Ministero della difesa – il Pentagono – valuti lo stato delle Forze armate statunitensi. Esercizio annualmente affidato alla US National Defense Strategy (Nds), documento classificato di cui viene offerta solo una sinossi pubblica, comunque sufficiente a coglierne gli orientamenti di fondo. Quest’anno la lettura della Nds è particolarmente raccomandabile. Per diverse ragioni.

Anzitutto, l’avvento di Donald Trump alla Casa Bianca ha seriamente influito sulle percezioni altrui della superpotenza a stelle e strisce, molto più che sulla postura della stessa. Secondo, i militari hanno assunto un ruolo decisivo nel governo del Paese, anche per evitare che la retorica e l’imprevedibilità del presidente producessero danni eccessivi alla credibilità nazionale, su cui ogni potenza si fonda: oggi l’amministrazione è di fatto retta da tre generali: il capo di gabinetto, che in America ha funzioni assimilabili a quelle di un primo ministro europeo, generale Jim Kelly; il consigliere per la Sicurezza nazionale è il pari grado H.R. Mcmaster; il ministro della Difesa è il generale dei marines James Mattis, detto Cane Matto, il più brillante dei tre. Ed è stato Mattis a orientare, rivedere e firmare la National Defense Strategy.

La premessa da cui parte il documento è che gli Stati Uniti stanno «emergendo da un periodo di atrofia strategica» e che «il nostro vantaggio militare comparativo è in via di erosione» in ogni dimensione: navale, terrestre, spaziale, aerea, cibernetica. Il tutto in un contesto di incremento del disordine. La critica alle precedenti gestioni, specie a quella dell’amministrazione di George W. Bush jr, con le sue avventure militari in Afghanistan e in Iraq, è implicita ma evidente. E qui interviene l’osservazione più importante: gli Stati Uniti devono concentrarsi sulla «competizione fra Stati, non sul terrorismo». Per un paese che dal 2001 è in stato di guerra contro il «terrorismo globale», un punto non indifferente di autocritica. Anzi, un grido d’allarme.

Quali sono gli Stati contro cui gli Usa devono essere pronti ad agire? In tutto il documento, se ne citano solo quattro. I primi due, nell’ordine, sono le «potenze revisioniste»: Cina e Russia. Nessuna di queste può sostituire gli Stati Uniti come superpotenza globale, ma entrambe possono, specie se in azioni coordinate, minarne l’influenza in diverse aree del pianeta. Poi vengono i «regimi canaglia»: Corea del Nord, con le sue recenti nuove capacità nucleari e missilistiche, apparentemente considerate minacciose per la stessa madrepatria americana, e Iran, che cerca di acquisire l’egemonia nel Medio Oriente.

La Cina è vista come il principale competitore degli Stati Uniti. Pechino tenta di affermare la propria egemonia sulla regione dell’Indo-Pacifico (fino a ieri denominata Asia-Pacifico, ovvero l’area di competenza del Comando militare Usa del Pacifico). Anche se per ammissione dello stesso leader cinese Xi Jinping la Repubblica Popolare è indietro di decenni rispetto agli Stati Uniti quanto a potenza militare, sta notevolmente rafforzandosi in tutte le dimensioni belliche, ed è particolarmente attiva nella cyberwarfare. Rispetto alla Cina gli Stati Uniti stanno mettendo in atto una strategia di contenimento, simile a quella adottata a suo tempo contro l’Unione Sovietica, per evitare che il regime di Pechino si doti di una sua vasta area di influenza asiatica, espellendo di fatto Washington dalla regione.

Quanto alla Russia, è percepita come una potenza ostile quanto problematica. Fondamentalmente ridotta dal modesto potenziale economico e dalla demografia declinante, ma sempre rilevante. Putin vuole ricostituire una sua sfera d’influenza eurasiatica, mentre cerca di affermare la sua «autorità di veto sulla sua periferia», destabilizzando la Nato e il sistema di partnership eurasiatiche allestito dagli Usa dopo la seconda guerra mondiale. Si segnala inoltre da parte della Russia «l’uso di tecnologie emergenti per screditare e sovvertire processi democratici in Georgia, Crimea e Ucraina orientale». Peggio: Mosca sta modernizzando il suo già considerevole apparato atomico.

L’Europa è vista come un teatro importante di competizione, ma non quanto l’Indo-Pacifico. Vi si tratta soprattutto di preservare l’efficienza della Nato e di incrementare l’impegno anche economico per la difesa dei paesi alleati e migliorare l’interoperabilità militare dell’Alleanza – ciò che si traduce in risparmio per le casse del Tesoro americano e in riduzione della sovraesposizione delle Forze armate Usa.

Dal punto di vista di Washington non vanno comunque sottovalutati i «regimi canaglia», che sfruttano i loro progressi tecnologici allestendo armi di distruzione di massa e progredendo nel campo di alcune tecnologie specialmente letali, come quelle delle armi biologiche. I terroristi sono declassati a minaccia non strategica, anche se persistente.

Non spetta al Pentagono stabilire una strategia geopolitica complessiva. Ma si intuisce da questo documento che la visione delle priorità coltivata dal Ministero della Difesa ambisce a ridisegnare la postura della superpotenza su scala globale. E a dare un senso di prevedibilità strategica e imprevedibilità operativa a un’amministrazione che tende a proiettare di sé un’immagine opposta: prevedibilità operativa e imprevedibilità strategica.