Perché saremo tutti africani o asiatici

L’Europa di domani – Le ragioni strutturali che determineranno un corposo e permanente flusso di persone dell’Africa e dal Medio Oriente sono demografiche, economiche, ambientali e geopolitiche
/ 26.06.2017
di Lucio Caracciolo

Le migrazioni dal Sud del mondo verso l’Europa sono di norma percepite come un’emergenza. Niente di più falso. Esse sono destinate a durare e a incidere, nel medio periodo, sull’identità sociale, culturale e politica del nostro Continente e dei suoi singoli paesi. L’Europa del 2030 sarà in ogni caso profondamente diversa dall’attuale, non solo per l’impatto migratorio ma anche per le risposte differenti che ad esso saranno date a seconda degli Stati e degli equilibri interni alle società del Vecchio Continente. Le ragioni strutturali che determineranno, salvo eventi imprevedibili e/o catastrofici, un permanente, corposo flusso di persone dall’Africa e dal Medio Oriente sono di almeno quattro tipi: demografiche, economiche, ambientali e geopolitiche.

L’aspetto determinante è l’asimmetria demografica, che spinge e continuerà a spingere milioni di africani e asiatici verso l’Europa. Da una parte il nostro Continente di anziani, con un’aspettativa di vita intorno agli 80 anni e un tasso di fecondità inferiore al minimo necessario per garantire il livello attuale di popolazione. Dall’altra, un’Africa subsahariana dove ogni donna ha almeno 5 figli, le politiche di controllo delle nascite sono pressoché assenti o inefficaci, l’aspettativa di vita è intorno ai 50 anni. A nord del Mediterraneo l’età mediana è di circa 44 anni, a sud non raggiunge i 20. In questo contesto gli europei sono destinati a passare dagli attuali 700 milioni (russi e ucraini inclusi) a circa 650 verso la metà del secolo, mentre nello stesso arco di tempo, secondo i calcoli delle Nazioni Unite, gli africani raddoppieranno: da 1 miliardo e 200 milioni a 2 miliardi e 400 milioni. Per fine secolo in Africa sarà toccato un picco di 4 miliardi e mezzo di persone (ovvero quasi quattro volte il numero attuale), mentre noi europei non supereremo di molto quota 600 milioni. Sicché nel 2100 i quattro quinti della popolazione del pianeta saranno africani o asiatici.

La somma algebrica della declinante demografia europea e della galoppante demografia africana, insieme al contrasto fra il vecchio Nord e il giovane Sud, rappresenta di per sé un formidabile fattore di spinta alla migrazione. Su cui si innescano altre dinamiche, a cominciare da quella economica. Finiti gli anni dell’Africa rising, frutto forse più dell’ottimismo ufficiale che delle analisi scientifiche, oggi molte economie africane sono in stallo o in recessione. Le nascite fuori controllo contribuiscono a inasprire le diseguaglianze sociali e quindi ad aumentare il tasso di conflittualità e la spinta a cercare altrove un futuro per sé e per la propria famiglia.

Qui si innesta il fattore ambientale. Il mutamento climatico sta accelerando la desertificazione e sta mettendo in crisi gli ecosistemi delle foreste pluviali, mentre l’innalzamento delle acque mette in questione l’esistenza stessa di alcune isole e di tratti di costa. La siccità colpisce l’agricoltura e motiva i trasferimenti di popolazioni sedentarie verso nuove aree più vivibili e coltivabili. Secondo scenari estremi della Banca Mondiale il cambiamento climatico può costringere milioni di persone ad abbandonare le loro abitazioni, così riducendole a migranti ambientali.

Infine, i fattori geopolitici. La quasi totalità delle guerre in corso si concentra fra Africa, Medio Oriente e Asia meridionale, ovvero nelle regioni del mondo dove i tre precedenti fattori sono più incisivi. Anche perché la disponibilità di giovani soldati (in alcuni casi bambini), attratti da salari che consentono loro di sopravvivere anche perché associabili a traffici di ogni genere, incentiva il mestiere delle armi. La principale conseguenza geopolitica della diffusione di conflitti endemici produce la disintegrazione o la delegittimazione degli Stati e dei poteri formali, a vantaggio di milizie, clan etnici, gruppi mafiosi e terroristici.

Questa deriva geopolitica rende molto più arduo, se non impossibile, il tentativo delle nazioni europee di frenare i flussi migratori. Semplicemente, mancano gli interlocutori locali. Di qui il recente spostamento della maggior parte dei flussi migratori sud-nord dal corridoio orientale (Turchia-Grecia-Balcani-Europa centrale e settentrionale) verso quello centrale (Libia-Italia), mentre quello occidentale (Marocco-Spagna) è da tempo ridotto ai minimi termini. La differenza è tutta geopolitica: Turchia e Marocco esistono, la Libia non più. Sicché nel primo caso la Germania, vestendosi come d’abitudine dei colori europei, ha stretto un’intesa con il leader turco Erdoğan, scambiando denaro e promesse di facilitazioni per l’ingresso dei cittadini turchi nell’Ue con il blocco dei flussi migratori verso l’Europa. Mentre nel caso libico il proliferare di milizie in competizione fra loro per il controllo e la gestione dei traffici rende vana qualsiasi intesa, come quelle promosse dall’Italia con lo pseudo-governo di Tripoli.

L’urgenza non è quindi il blocco – impossibile – dei flussi ma la gestione dei migranti in Europa. Qui vige il principio dello «scaricamigrante»: ogni paese cerca di scaricare il problema sul vicino meridionale. Ad esempio, il Regno Unito sulla Francia, la Francia sull’Italia e l’Italia su…nessuno, visto che non c’è più Gheddafi. Questa prassi non salva nemmeno il «furbo» che pensa di servirsi del vicino meno fortunato. Se vogliamo quindi che il nuovo paradigma sociale, culturale e politico europeo che inevitabilmente si produrrà nei prossimi anni sia umano, liberale e relativamente democratico, non ci resta che stabilire insieme un approccio solidale. Perché le dimensioni del fenomeno non sono tali da essere gestite dai singoli, tantomeno se in opposizione l’uno all’altro. Se non lo faremo, il volto del nostro Continente cambierà nel senso opposto ai valori e alle istituzioni che distinguono l’Europa dal resto del mondo.