Perché in Spagna hanno tutti torto

Referendum – Quel che è successo nel cuore di uno Stato fra i più antichi del nostro continente il 1.ottobre resterà nella storia come la domenica nera dell’Europa
/ 09.10.2017
di Aldo Cazzullo

Hanno tutti ragione dice il titolo di un romanzo di Paolo Sorrentino, il regista. Ma in questo caso hanno tutti torto.

Domenica primo ottobre 2017 resterà nella storia come la domenica nera dell’Europa. Gli errori di Barcellona e quelli di Madrid hanno evocato i fantasmi della storia, comprese le repressioni della Guardia Civil; e ora gli apprendisti stregoni non sanno più padroneggiare le forze che hanno improvvidamente risvegliato. Senza che si sia visto finora uno sforzo serio di mediazione, né da parte della monarchia, né da parte di Bruxelles.

Ci sono conflitti, nel mondo, che vedono opporsi due ragioni. Ora, nel cuore di uno Stato tra i più antichi del nostro continente, si stanno confrontando appunto due torti.

La Catalogna non è un terra oppressa da un conquistatore. È la regione più ricca della Spagna; e lo è diventata anche grazie al sudore e talora al sangue degli operai andalusi, dei muratori estremegni, dei manovali manchegos, dei lavoratori venuti dalle regioni più povere. I loro figli sono a volte accesi separatisti (non il più importante scrittore catalano, Javier Cercas, figlio di un veterinario di Ibahernando, Estremadura). Ma il modo in cui si è arrivati alla violenza di domenica scorsa – altro che il «clima festaiolo» incautamente auspicato dal presidente Carles Puidgemont – è frutto di una serie di forzature, imposte da una minoranza rumorosa a una maggioranza contraria o incerta.

Gli estremisti catalani hanno però trovato un imprevedibile alleato in Mariano Rajoy. Non era facile passare dalla parte del torto, di fronte a una secessione irresponsabile e pasticciata; eppure il primo ministro ci è riuscito. Ha drammatizzato lo scontro, senza riuscire né a trovare una soluzione politica, né a impedire il voto. Il gioco delle irresponsabilità incrociate ha messo la Guardia Civil nelle condizioni di affrontare masse di dimostranti, come ai tempi – non paragonabili – della guerra e della dittatura. Il governo di Madrid e quello di Barcellona si sono lanciati uno contro l’altro come due temerari che si sfidano a chi frena per ultimo; e ora le conseguenze dell’impatto sono imprevedibili.

C’è una sola spiegazione logica per il comportamento di Rajoy. Il suo governo è debolissimo, si regge sull’astensione dei socialisti, e può cadere da un momento all’altro. In Catalogna il partito popolare quasi non esiste, e non ha molto da perdere. Ma mostrare la faccia feroce lo rafforza – almeno nei calcoli di Rajoy – nel resto del Paese, dove l’opinione pubblica è fortemente contraria alla secessione, tranne dove – dai Paesi baschi alla Galizia – i movimenti separatisti hanno rialzato la testa, pronti a completare la disintegrazione della Spagna.

A peggiorare se possibile le cose contribuiscono altri tre protagonisti. La squadra di calcio di Barcellona – più di una squadra: elemento costitutivo dell’identità catalana e brand internazionale – ha contribuito a esasperare gli animi, cavalcando la causa separatista, e schierando ai seggi i suoi uomini più significativi, dall’ex demiurgo Guardiola all’alfiere Piqué; che hanno postato sui social le loro foto sorridenti, badando più alla comunicazione che alle istituzioni.

L’Europa invece tace. La Merkel ha espresso solidarietà al suo fedele vassallo Rajoy, ma ha i suoi guai in casa, e più di tanto non può o non vuole fare. Berlino e Bruxelles non possono ovviamente sostenere i separatisti; però non possono lasciare che una grande metropoli europea sia occupata manu militari da forze che talora si sono comportate come truppe di occupazione. Se l’Europa non riesce a mediare tra Madrid e Barcellona, cosa ci sta a fare?

Il re invece ha parlato, due giorni dopo. Ma non ha migliorato le cose, anzi. Suo padre Juan Carlos salvò la giovane democrazia dall’intentona di Tejero, giudicata oggi – come tutti i golpe che non riescono – un golpe da operetta, che fu invece un rischio serio, come ha raccontato proprio Cercas in Anatomia di un istante. Ora Felipe è chiamato a salvare l’unità della nazione. E il solo modo in cui può farlo è favorire l’apertura di un processo costituente, promuovendo l’elezione a suffragio universale di un’assemblea che scriva un nuovo patto federalista. È la via indicata dagli esponenti più assennati dei quattro grandi partiti nazionali: oltre a popolari e socialisti, Ciudadanos e Podemos. Non è detto che la Spagna sia ancora in tempo. Ma più aspetta a imboccare questa strada, più faticherà a salvarsi.

Felipe però non ha fatto nulla di tutto questo. Non ha avuto una parola per le vittime della violenza della polizia. Si è nascosto dietro Rajoy (del resto ogni discorso del monarca deve essere prima letto e approvato dal capo del governo). Ma in questo modo ha rinunciato a giocare un ruolo.

L’ultimo presidente della Catalogna a proclamare l’indipendenza fu Lluís Companys, esule dopo la guerra civile; Franco se lo fece consegnare dalla Gestapo per metterlo al muro; e le sue ossa sul Montjuic fremono amor di patria. Il suo partito si chiamava Esquerra Republicana de Catalunya, riportato al governo locale settant’anni dopo da Josep Lluís Carod-Rovira, grande amico di Cossiga, che rilasciava interviste in francese perché sosteneva di non aver mai parlato castigliano in pubblico in vita sua.

Sul Montjuic è custodita La esperanza del condenado a muerte, l’opera che Joan Miró dedicò al giovane anarchico Salvador Puig Antich, che neppure Paolo VI riuscì a sottrarre alla garrota: Franco non gli venne neanche al telefono. Puig Antich è sepolto sulla stessa collina che domina il mare, accanto allo stadio delle Olimpiadi 1992, quelle della rinascita della città (Madrid le Olimpiadi non le ha mai avute, nonostante numerose candidature). È una storia che incrocia drammi e farse, tragedie e piccole rivalità. Una storia che in passato ha portato allo spargimento di sangue; e che anche ora ha preso una direzione molto pericolosa.