L’odissea dell’Aquarius

Immigrazione – La vicenda della nave carica di nordafricani respinti da Salvini ricorda al resto dell’Europa che l’Italia non può risolvere da sola un problema strutturale di tale portata
/ 18.06.2018
di Lucio Caracciolo

Chi si illudeva che la retorica anti-migranti di Matteo Salvini fosse pura propaganda elettorale è stato smentito. Il capo della Lega, appena insediato al Ministero dell’interno, ha dimostrato con i fatti di avere ben chiaro il suo scopo strategico: respingere quanti più migranti – economici o aspiranti allo status di profugo – battono alle porte dell’Italia. Per incassarne i dividendi di consenso, anche in vista di possibili nuove elezioni a non lunga scadenza, nelle quali la Lega punta ad affermarsi come primo partito in Italia.

La vicenda dell’Aquarius, nave del- l’ong franco-tedesco-italiana SOS Mé-diterranée con 629 migranti a bordo, prima bloccata tra Malta e Sicilia poi dirottata verso il porto di Valencia grazie alla disponibilità del nuovo governo spagnolo, annuncia un’estate molto calda sul fronte migrazioni. Salvini ha voluto creare un precedente, rompendo con la tradizione italiana di non respingere le navi cariche di disperati, anzi di distinguersi per la solerzia e l’efficacia dei salvataggi effettuati dalla Marina militare. È stato uno shock per il resto d’Europa, i cui effetti sono difficili da misurare. Ma certamente d’ora in avanti Parigi, Berlino e le altre capitali europee sanno di avere a che fare con un governo italiano deciso a emanciparsi dalle regole di Dublino e dagli altri vincoli che fanno della Penisola il massimo paese di accoglienza dei migranti provenienti dall’Africa.

La reazione francese è stata furibonda. Fino a provocare una crisi diplomatica quasi senza precedenti fra Roma e Parigi. Le accuse di «cinismo» mosse da Emmanuel Macron all’Italia appaiono particolarmente speciose alla grande maggioranza degli italiani, provenendo dal capo di uno Stato che ha bloccato le frontiere alpine, sospeso il regime di Schengen, respinto alla frontiera di Ventimiglia un gran numero di migranti e compiuti persino incursioni di polizia oltrefrontiera, a Bardonecchia. Il risultato netto delle ingiurie di Macron, malgrado le semiscuse pronunciate nel corso di una telefonata con il primo ministro italiano Giuseppe Conte, è stato di produrre un inedito fronte antifrancese di tutte le forze politiche rappresentate nel parlamento di Roma, dalla sinistra di Liberi e Uguali alla destra para-fascista di Fratelli d’Italia. Con al centro la Lega di Salvini, dominus incontrastato del governo e della scena mediatica.

Certo, alcune voci si sono levate per denunciare il fatto che la mossa di Salvini – indubbiamente efficace per ricordare al resto d’Europa che l’Italia non può farsi carico di un problema strutturale di tale rilievo per conto di tutti i partner – è avvenuta a danno di centinaia di migranti, costretti a un’Odissea interminabile in acque agitate. Ma la gran parte dell’opinione pubblica sembra approvare la linea dura. Anche perché ha introiettato la narrazione dell’«invasione». Inoltre, l’assurda equazione migrante=musulmano=terrorista circola non solo nei bar della Penisola, ma è diventata senso comune in buona parte degli italiani, non solo di estrema destra.

Lo show di Salvini presenta aspetti paradossali. Mentre respingeva l’Aquarius chiudendo i porti italiani, consentiva alla Marina Militare di sbarcarvi oltre 900 migranti salvati dal naufragio. Eppoi, se com’è facile prevedere, casi simili a quello dell’Aquarius sono destinati a ripetersi, come potrà Salvini respingerli tutti? E su quali criteri fonderà eventualmente una selezione?

Altro paradosso: Roma sceglie la linea dura in una fase di netto calo delle immigrazioni irregolari dall’Africa, anzi di un crollo: quattro quinti in meno circa dalla tarda estate scorsa a oggi. Ciò grazie alle politiche informali del predecessore di Salvini, Marco Minniti. Il quale allestì nel luglio scorso una riservata operazione di intelligence per convincere i capi delle milizie e delle tribù libiche che controllano e gestiscono il traffico di migranti a trattenerne il più possibile nei loro territori, in cambio di aiuti di vario genere. Ora però sembra che quel patto stia saltando: i libici sostengono di non aver ricevuto gli aiuti promessi e minacciano rappresaglie.

Quel che è certo è che nei prossimi mesi Roma cercherà di forzare la mano ai partner comunitari per convincerli ad assumersi una parte delle responsabilità nell’accoglienza e nella gestione dei migranti. Magari abolendo o rivedendo il regolamento di Dublino. Molto improbabile che ciò avvenga, malgrado perfino la signora Merkel abbia ammesso pubblicamente che si tratta di un patto iniquo. Ma la regola comunitaria è che si apre una vertenza su un dossier non solo per affermarsi nella questione specifica ma per accumulare punti da scambiare su altri dossier. Per esempio, quando l’Italia firmò Dublino lo fece in cambio di concessioni sulle politiche agricole. Non stupirebbe quindi se Roma cercasse di ottenere – sulla pelle dei migranti – qualche margine di flessibilità ulteriore nei conti pubblici.

Lo stile Salvini è comunque un segnale lanciato agli altri europei: l’Italia smette l’europeismo passivo di tanti decenni per diventare coprotagonista al tavolo comunitario. Contribuendo a farne un ring dove i colpi proibiti sono la norma.