La Francia del Piccolo Principe

Eliseo – Emmanuel Macron ha battuto Marine Le Pen con trenta punti percentuali di vantaggio, abbastanza per dire che il nuovo presidente francese è riuscito a creare il suo fronte anti nazionalisti
/ 15.05.2017
di Paola Peduzzi

«Tutti dicevano che eravamo pazzi, ma non conoscevano la Francia!», ha urlato Emmanuel Macron dal palco allestito sotto la piramide del Louvre, nella notte in cui ha festeggiato la vittoria del suo azzardo folle e consapevole assieme, superare il sistema e diventare presidente della Repubblica francese. Marine Le Pen è stata battuta, con trenta punti percentuali di vantaggio, abbastanza per dire che anche Macron è riuscito a creare il suo fronte anti nazionalisti, non grande come quello del 2002, ma sono passati quindici anni, e nel frattempo è cambiato tutto.

Macron è riuscito in un anno esatto a riscrivere la politica della Francia, il bipartitismo schematico, le procedure rigide di costruzione di una leadership: ha lanciato un nuovo partito dal nulla, s’è avvolto nella bandiera europea, ha dato alla Le Pen il referendum sulla globalizzazione che «il popolo» andava cercando (e l’ha vinto lui), e poi a quel popolo ha parlato direttamente, distinguendo tra la Le Pen e i suoi elettori, rivendendosi come un riformatore sì, ma anche come uno in grado di curare le ferite del Paese. Questa cosa, in Francia ma anche in molte altre parti del mondo, non si era mai vista, e che a incarnarle sia un piccolo principe che a dicembre compirà quaranta anni rende la rivoluzione ancora più sorprendente.

I commentatori si sono affrettati a dire: ora comincia la parte difficile. Ed è vero naturalmente, governare non è come rincorrere attenzioni ai comizi elettorali, ma questa frenesia di vedere Macron all’opera, vogliamo sapere di che cosa sei capace davvero, non può cancellare i significati profondi dell’impresa macroniana – per la Francia e per l’Occidente intero, che al voto francese ha appeso ben più di una speranza. En Marche!, il partito del presidente, è nato nell’aprile del 2016 da un calcolo che allora sembrava un po’ di rimessa e che invece si è rivelato il più visionario di tutti: allora Macron era ministro dell’Economia e aveva varato una legge per le liberalizzazioni che portava il suo nome e che era stata duramente contestata in Parlamento. Il governo era dovuto intervenire con la forza istituzionale che gli è consentita – ma che è comunque percepita come una forzatura, appunto – per far passare una versione ad ogni modo annacquata del progetto.

Da quegli scontri, Macron capì che il Partito socialista – cui lui non apparteneva formalmente ma era pur sempre un ministro di un governo socialista – si stava radicalizzando e che si sarebbe spostato sempre più a sinistra per combattere la contestuale ascesa del radicalismo di destra. In quel partito, in quella radicalizzazione, Macron non poteva avere un posto, senza contare che allora si pensava che il presidente in carica, François Hollande, si sarebbe con tutta probabilità ricandidato per un secondo mandato, com’è sempre accaduto nella storia recente della Francia. Non c’era posto per la persona e non c’era posto per le sue idee, per questo Macron fondò il suo movimento «d’esplorazione», militanti in marcia per conoscere il Paese e ascoltarlo, e si pensava che avrebbe trovato uno sfogo nel 2022.

Quando poi Macron ha deciso di candidarsi alla presidenza, alla fine dell’anno scorso, le primarie socialiste non si erano ancora tenute: lo scontro era tra François Fillon, leader dei neogollisti, e la sempre presente Le Pen, e Fillon era considerato il futuro presidente di Francia. Anche il secondo azzardo di Macron, insomma, si basava sulla sua convizione: se la contesa sarà tutta a destra, con un Fillon liberale in economia ma molto conservatore sulla società, il centro progressista resterà comunque sgaurnito. Quando i socialisti hanno preferito il più radicale Benoit Hamon al «macroniano» ex premier Manuel Valls, s’è iniziato a capire che Macron aveva visto più lungo degli altri. Il collasso della candidatura di Fillon, tra scandali e furberie, ha fatto il resto, e naturalmente la fortuna ha aiutato Macron nella corsa più pazza della Francia della V Repubblica, ma il suo calcolo iniziale, quando tutti lo trattavano come un ragazzino bruciato dalla sua stessa ambizione, restava corretto.

L’ultima scommessa è stata quella di lanciare una campagna puramente progressista ed europeista, senza temere gli attacchi di chi gli diceva che era troppo elitario e troppo establishment per poter invertire la rotta dei populismi, nel Paese più pessimista d’Europa poi. Macron ha occupato quel posto rimasto sguarnito, lasciando che i francesi – e tutti noi – si interrogassero sulla loro natura: quanto possiamo essere europeisti? Quanto possiamo essere liberali? C’era il candidato rivoluzionario, ma non si sapeva se c’era un elettorato disposto a seguirlo, mentre anche dall’altra parte della Manica il politico che più assomiglia a Macron, ma è di un’altra epoca e ha avuto una traiettoria del tutto diversa, Tony Blair, insisteva: non si combattono i populisti inseguendoli sul loro terreno. L’elezione di Macron ha confermato che questa è la formula al momento vincente, i tiepidi europeisti non hanno scampo, vengono mangiati – e anche che sì, non conoscevamo la Francia.

Ora inizia la parte più difficile: dare sostegno istituzionale e poi politico a questa presidenza. Macron deve formare il suo governo e deve dare forma partitica a En Marche!, in vista delle legislative dell’11 giugno (il secondo turno è il 18 giugno) che non saranno delle elezioni tradizionali: sarà il momento in cui questa nuova Francia prende forma. I partiti esclusi dal secondo turno delle presidenziali – in particolare i Républicains, il Partito socialista e la France insoumise di Jean-Luc Mélenchon – si stanno attrezzando per avere una voce nell’Assemblea nazionale e fare opposizione alle «esagerazioni» del presidente. Anche la Le Pen vuole riorganizzarsi: nel discorso della sconfitta ha annunciato una «rifondazione completa» del Front national, che molto probabilmente avrà a che fare con un parricidio definitivo dell’eredità del padre Jean-Marie. Idealmente, che piaccia o no, la Le Pen è la prima forza d’opposizione del Paese, anche se il suo cognome e un sistema elettorale studiato apposta per arginare gli estremismi non giocano affatto a suo favore.

Di questa debolezza strutturale si vogliono approfittare gli altri partiti, in particolare i Républicains che al momento sono i più favoriti alle legislative, essendo un partito storico e avendo una presenza territoriale consolidata nel tempo. I socialisti, annicchiliti al 6 per cento delle presidenziali, hanno un compito ben più difficile, perché sono stati rosicchiati in modo forse irrimediabile al centro e all’estrema sinistra: Macron attira i progressisti e i moderati, Mélenchon i più radicali. Proprio quest’ultimo, che ha covato anche la speranza di una sorpresa «insoumise» alle presidenziali, è il più agguerrito: fin dalla notte della vittoria di Macron ha detto di essere contento che il Front national aveva subito una battuta d’arresto, ma ha anche sottolineato che questa presidenza è la più «lamentable» della storia della V Repubblica. Una specie di «fronte sociale» anti Macron ha già organizzato manifestazioni nella Piazza della Repubblica, dove si erano tenuti i comizi di Nuit début, la prima rivolta, in termini temporali, paramarxista contro il sistema. La piazza si formerà intorno a quel mondo radicale più di sinistra che di destra che fa capo a Mélenchon, alla retorica anti capitalismo e anti uberizzazione della società. Il «popolo», di cui la Le Pen diceva di avere il «monopolio» si distribuirà attorno a queste diverse offerte politiche, per ribaltare il paradigma macroniano: la Francia non è liberale, la Francia non è europeista.

L’esito di questo scontro sarà importante per i destini del prossimo inquilino dell’Eliseo, che intanto si gode la sua rivoluzione, partita ascoltando Chopin nel salotto della nonna che per prima gli ha insegnato la letteratura e la cultura del «post» socialismo, e celebrata in una delle piazze più belle del mondo, con le note europee dell’Inno alla gioia, e una dichiarazione che più rassicurante di così non potrebbe essere: vi dirò la verità, vi servirò con amore.