Il tarlo della democrazia pakistana

La Corte Suprema ha defenestrato Nawaz Sharif, inviso ai militari e ai servizi segreti dell’ISI, perpetuando la tradizione secondo cui il primo ministro eletto non giunge mai al termine del suo mandato
/ 07.08.2017
di Francesca Marino

La democrazia alla pakistana inventa sempre nuovi e fantasiosi modi per non permettere ai suoi premier, anche e soprattutto quando sono stati (più o meno) legalmente eletti dal popolo, di completare il loro mandato: l’ultimo, in ordine di tempo, è il colpo di Stato giudiziario. Della Corte Suprema, nello specifico, che ha mandato a casa il premier Nawaz Sharif, non perché ci siano prove concrete delle accuse di corruzione e concussione a suo carico sulla base dei famosi Panama Papers: le accuse, secondo la Corte, dovranno essere ulteriormente investigate da una apposita Commissione. Sharif è stato mandato a casa, e probabilmente gli sarà vietato ricoprire ancora cariche statali, perché secondo quanto prescritto dall’articolo 62 (l)(f) della Costituzione (emanato dalla buonanima del dittatore Zia) un membro del Parlamento ha obbligo di essere «onesto, giusto e dalle mani pulite» per tradurre liberamente. E di adeguarsi agli standard dettati a ogni buon musulmano dal Profeta Maometto. Vale appena di notare che se si applicasse questo principio a tutti i politici pakistani non ne rimarrebbe in carica uno: a cominciare dall’ex giocatore di cricket, ex-playboy internazionale Imran Khan, divenuto con l’avanzare dell’età un fustigatore di costumi e custode della morale, nonché un burattino nelle mani dell’esercito, dei servizi segreti e dei partiti integralisti, tanto da meritarsi il soprannome di Taliban Khan. 

Il buon Imran ha fatto della crociata contro Nawaz Sharif una delle principali ragioni della sua esistenza, e ha contribuito non poco a ridurre politicamente a un’ombra la figura del primo ministro mettendo un paio di anni fa sotto assedio per quasi un mese, coadiuvato dall’esercito e dall’Isi, la capitale Islamabad. Non è riuscito a far dimettere Sharif, ma è riuscito a renderlo politicamente innocuo. Ma non è bastato, nonostante Nawaz, pur di rimanere incollato alla poltrona di premier faticosamente conquistata per la terza volta, avesse praticamente consegnato di fatto il governo del paese, e soprattutto la politica estera, in mano ai generali e all’Isi. Che ai bei tempi della sua prima elezione ne avevano fatto il loro pupillo, ma che lo vedono come il fumo negli occhi da quando tentò di fare accordi con l’India e di esiliare l’allora generale Musharraf che aveva invaso Kargil mentre Nawaz trattava con Delhi. 

Che Sharif sia corrotto è un dato di fatto, e in Pakistan lo sanno, e da sempre, anche i sassi. Ma il problema non è questo. Il premier eletto non è stato mandato a giudizio e trovato colpevole di un qualunque capo d’accusa, ma è stato «dimesso» con una decisione chiaramente politica della Corte Suprema. Che ha agito su raccomandazione di una Commissione di indagine sui Panama Papers, Commissione in cui sedevano, non si sa perché e a che titolo, due rappresentanti dell’esercito e uno dell’Isi. 

In pratica i giudici hanno agito, come da tradizione, su mandato dei militari. E d’altra parte, la Corte Suprema e i giudici pakistani hanno una lunga storia di acquiescenza totale e cieca verso i militari e di avere fornito vernice legale a tutti i colpi di Stato che si sono succeduti negli anni. In Pakistan nessun premier, dei quindici eletti nella travagliata storia del paese, ha mai concluso un mandato: sono stati tutti defenestrati da colpi di Stato vari ed eventuali. E Nawaz non fa eccezione. Per il momento, a succedergli in attesa delle elezioni per il seggio lasciato vacante, è stato nominato Shahid Khaqan Abbasi, ex ministro per il petrolio. In attesa che al seggio concorra il fratello minore di Nawaz, Shabhaz, che è attualmente Chief Minister dello stato del Punjab. A quanto pare, però, Shabhaz non ha nessuna voglia di abbandonare una poltrona sicura per ricoprire un posto a rischio come quello di primo Ministro. Soprattutto perchè dovrebbe limitarsi a ricoprire, come suo fratello Nawaz negli ultimi anni, un ruolo di stretta rappresentanza. La politica estera, e per politica estera si intendono i controversi rapporti con l’India e l’aver consegnato di fatto economicamente il paese alla Cina, è in mano ai militari. Così come sono in mano ai militari i rapporti con l’Afghanistan e con la Casa Bianca, e la gestione dei terroristi ancora e sempre divisi in «buoni» e «cattivi»: dove i buoni sono quelli adoperati per attacchi suicidi in India e in Afghanistan, mentre i cattivi sono quelli che attaccano le istituzioni. 

Le elezioni politiche si dovrebbero tenere nel 2018, e nessuno ha intenzione di anticiparle. Fa comodo, molto comodo, avere un premier di facciata e che non tenti neppure (e questo è stato uno dei più gravi errori di Sharif) di ricominciare a processare Musharraf per alto tradimento. Nawaz ha pagato molto caro il suo tentativo di vendetta nei confronti dell’uomo che lo aveva destituito e poi esiliato per dieci anni: andare contro l’ex-generale significava andare contro l’esercito, e l’esercito in Pakistan, si sa, è al di sopra di tutto. È una vecchia battuta ma è sempre valida: gli altri paesi hanno un esercito, nel caso del Pakistan è l’esercito ad avere un paese. Un paese che si avvia diventare ormai le mani sporche della Cina e che possiede la bomba atomica. L’Occidente, voltate le spalle al conflitto afghano e dintorni, tende a dimenticarsi del Pakistan: anzi, nel caso dell’Italia e di altri paesi europei, tende a fare affari con generali e politici corrotti facendo leva su una facciata di democrazia che fa comodo per tenere la coscienza a posto. Nelle dittature di fatto, nel caos e nelle zone grigie, si sa, gli affari prosperano. A farne le spese sono i cittadini pakistani, che ormai tra Corti marziali, legge sulla blasfemia e divieti di scrivere criticando l’esercito hanno paura anche di fare quattro chiacchiere al caffè, figuriamoci di scrivere sui giornali o di pubblicare libri. Ma a farne le spese, in un futuro non troppo lontano, sarà anche l’Occidente: che si occupa adesso soltanto di Siria, Iran o Corea del Nord, senza ricordarsi che a guardia della bomba ci sono, e ci saranno sempre più, generali e integralisti islamici.