Argentina fra venti e tempeste

Default? – Un grande scandalo giudiziario si abbatte sul Paese attraversato da una pesante crisi economica e sociale
/ 10.09.2018
di Angela Nocioni

Venti di crisi si stanno abbattendo sull’Argentina già in balìa di una drammatica tempesta giudiziaria. Il presidente Mauricio Macri ha annunciato un piano di pesanti misure per tentare di limitare le conseguenze del serio deprezzamento della moneta nazionale, il peso argentino, che ha perso più della metà del suo valore negli ultimi otto mesi.

Gli esportatori, che ovviamente guadagnano molto dal deprezzamento della moneta nazionale perché gli acquirenti pagano in dollari, dovranno versare dal 12% al 28% di tasse sui guadagni da export. Macri, un liberale di destra, ha definito le nuove tasse «cattive e terribili» ma comunque necessarie.

La tensione sociale in questi giorni è salita alle stelle dopo che un ragazzino di 13 anni è stato ucciso durante scontri tra la polizia e una cinquantina di persone apparentemente durante un tentativo di saccheggio di un supermercato a Sáenz Peña, nella provincia di Chaco, alla frontiera con il Paraguay. Secondo il portale «Diario Chaco» il ragazzino è stato colpito da «un proiettile di gomma» al petto ed è morto dopo il ricovero. Ma il direttore dell’ospedale «4 de Junio», Rolando Gauna, ha detto che «si è trattato di una ferita da un’arma da fuoco».

Nelle ultime settimane, in piena crisi economica, l’opinione pubblica è stata scossa dalle notizie su un grande scandalo politico giudiziario. L’inchiesta per corruzione non ha investito direttamente il governo in carica, ma quello precedente, guidato dall’ex presidente neoperonista Cristina Fernandez de Kirchner, capo dell’attuale opposizione e finora considerata la sicura sfidante di Mauricio Macri nelle presidenziali del 2019.

Cristina Kirchner è indagata per associazione illecita e amministrazione fraudolenta. L’accusano di aver creato insieme a suo marito, l’ex presidente Nestor Kirchner, un sistema di finanziamento illegale alle loro campagne elettorali e a se stessi attraverso una gestione truffaldina dell’assegnazione dei lavori pubblici. Mazzette in cambio di commissioni pubbliche. Si ipotizza, su indicazione di imprenditori coinvolti nell’indagine decisisi a collaborare con gli inquirenti, un ricarico oscillante tra il 10% e il 20% del valore dei lavori pubblici assegnati. Uno degli imprenditori indicati come principali protagonisti del sistema è il costruttore Lazaro Baez, considerato dagli inquirenti un socio occulto dei Kirchner. Baez, secondo le carte dell’inchiesta, avrebbe riciclato una parte delle tangenti attraverso aziende fantasma in vari paradisi fiscali.

Secondo l’atto di accusa presentato dal giudice Julian Ercolini l’associazione illecita sarebbe cominciata pochi giorni dopo l’elezione di Nestor Kirchner, nel 2003, quando Baez – fino ad allora sconosciuto impiegato bancario di Santa Cruz, la provincia della Patagonia governata per anni da Kirchner – creò la Austral Construcciones.

A quest’impresa venne assegnato l’82% dei lavori pubblici a Santa Cruz, grazie all’appoggio dell’amministrazione federale garantito da Julio De Vido, potente ministro di Pianificazione dal 2003 al 2015 (arco di tempo nel quale hanno governato l’Argentina prima Nestor e poi Cristina Kirchner), e da José Lopez, segretario ai Lavori Pubblici.

Baez è stato arrestato per riciclaggio ad aprile, dopo la diffusione di un video nel quale si vede uno dei suoi figli e un suo commercialista di fiducia contare milioni di dollari in un ufficio di Buenos Aires. Lopez, a sua volta, è stato arrestato a giugno, mentre sembrava stesse cercando disperatamente di far sparire 8 milioni di dollari in un monastero di Buenos Aires.

Baez avrebbe versato fondi illeciti alla famiglia presidenziale attraverso affitti fittizi e vari affari immobiliari.Cristina Kirchner ha sempre negato queste accuse. Dice di non essere socia e nemmeno amica di Baez e si dice «vittima di un linciaggio mediatico».

L’inchiesta ha avuto una grande accelerazione mediatica nel mese d’agosto dopo che la moglie di Centeno, l’autista di Roberto Baratta, braccio destro dell’ex ministro (carcerato) Julio de Vido, ha rivelato agli inquirenti l’esistenza di una serie di quaderni nei quali suo marito, spalla di Baratta nella consegna delle mazzette, teneva appuntati meticolosamente indirizzi, orari, nomi, cognomi e cifre consegnate, si suppone per farne poi un’arma di ricatto. «Una assicurazione sulla vita» ha detto la signora Centeno, che non si sa, al momento, perché abbia deciso di tradire il segreto e consegnare suo marito agli inquirenti. Baratta era lo smistatore ufficiale delle mazzette e girava per Buenos Aires per compiere le sue consegne in un’utilitaria guidata da Centeno. Sarebbero andati più volte fino alla casa di Buenos Aires di Cristina Kirchner per consegnare valigie piene di soldi. 

Punto debole dell’inchiesta è l’assenza dei quaderni originali. Agli inquirenti e ai giornali (lo scandalo è scoppiato con lo scoop fatto dal giornalista Diego Cabot sul quotidiano «La Nacion») sono arrivate solo le copie dei quaderni, che in quanto tali potrebbero facilmente essere state contraffatte. Su questo punterà la difesa degli indagati per smontare le accuse.

La polizia argentina ha già perquisito più volte tre case di proprietà della ex presidente Kirchner in cerca di riscontri alle confidenze ricevute dagli imprenditori inquisiti. Il giudice Claudio Bonadio, che guida l’inchiesta, ha chiesto e ottenuto la revoca parziale dell’immunità per Kirchner, senatorice, per procedere con le indagini e le perquisizioni. La revoca dell’immunità è stata concessa dopo un voto al Senato durante il quale la stessa Kirchner ha votato a favore. Come senatrice, Kirchner può essere indagata ma non arrestata.

L’inchiesta sfiora anche il presidente Macri: suo cugino Angelo Calcaterra, a capo di una delle tante imprese di famiglia (i Macri sono una delle più ricche famiglie argentine, l’impero è stato creato dal nulla dal papà di Macri, Franco Macri, emigrato dall’Italia a Buenos Aires nel secondo dopoguerra) ha ammesso di aver pagato per ottenere opere pubbliche nella provincia di Misiones.

Hanno deciso di parlare con gli inquirenti anche due dirigenti della grande ditta italo-argentina Techint: il presidente Paolo Rocca ha negato che l’impresa abbia fatto parte del sistema di corruzione, ma avrebbe ammesso di aver pagato per sbloccare la situazione della Sidor, impresa dei Rocca in Venezuela nazionalizzata anni fa dal governo chavista. Avrebbe pagato perché i Kirchner gli facessero il favore di sbloccargli la situazione e facilitargli l’uscita da Caracas.

Intanto l’impatto dell’inchiesta si misura non solo sull’opinione pubblica, inferocita, ma anche sulla salute economica già compromessa dell’Argentina.

Le banche, per esempio, hanno sospeso i crediti alle undici grandi imprese di costruzioni coinvolte a vario titolo nell’indagine perché hanno tutte contratti per la realizzazione di opere pubbliche. Non presteranno loro più soldi finché non arriveranno a conclusione le inchieste giudiziarie in corso. Il governo Macri ha proposto che le banche prestino lo stesso quei soldi, non alle imprese bensì a un fondo amministrato dallo Stato che si incaricherà poi di ripartirlo tra le imprese titolari di contratti per la costruzione di opere pubbliche. Il governo si trova in un grande conflitto: non può permettersi il congelamento delle opere pubbliche, ma pagherebbe troppo caro dare l’impressione di non sostenere l’inchiesta più popolare del momento.

La paralisi dei lavori pubblici si sommerebbe ai problemi già abbondanti dovuti ad una ripresa economica che non arriva. Confermata negli ultimi mesi la tendenza alla riduzione dell’attività industriale. Le piccole e medie imprese hanno avuto a luglio una caduta del 7,3 per cento. La pressione fiscale e l’alto costo del finanziamento, con il tasso ufficiale di sconto al 45%, sono le principali cause della crisi produttiva, segnala il rapporto della Camera argentina delle piccole e medie imprese. La produzione, secondo quel rapporto, ha toccato il punto più basso degli ultimi dieci anni. Nel mese di luglio solo il 26 per cento delle imprese ha avuto una crescita del livello di attività mentre la capacità produttiva è scesa al 57,9 per cento. Aumenta invece la competitività grazie soprattutto alla svalutazione della moneta locale. In questo senso è migliorata la redditività del 38 per cento delle imprese, soprattutto tra quelle che esportatrici.

Il governo ha deciso di ricorrere a una seconda tranche del prestito del Fondo monetario internazionale. Preoccupa però il deprezzamento della moneta nazionale. Preoccupa soprattutto le persone comuni, costrette a veder ridursi costantemente il potere d’acquisto del loro reddito per il decollare dell’inflazione.